Undicesimo [puntate precedenti Intro (1) (2) (3) (4) (5) (6) (7) (8) (9) (10)]


Una bambina divide una merendina con il suo gatto, l’ha appena salvato dal fiume. Dividono quella merendina senza dir nulla. E quei due scappano, scappano nella notte con la luna che guarda l’inutile girotondo di un uomo che segue un piccione che gira attorno ad una fontana senz’acqua. Il cappello di paglia se lo prende il vento che viene dal mare e il gattino sfregia per sempre quella bimba che gli aveva dato soltanto mezza merendina, le strappa mezza faccia e quella lo prende per la coda e incomincia a sbatterlo e risbatterlo sulla parete dell’emporio, strade e straduzze compaiono e scompaiono tra i chicchi di neve che qualcuno fa cadere rivoltando un’altra volta la boccia nel negozio di souvenir. L’alba ancora non arriva.
Ulisse pensa mentre Satchmo gli ride ancora sulla pancia. – Lo sanno tutti che solo gli idioti amano censurandosi ogni mossa azzardata, mi va di lasciare liberi i pensieri… forse non ci ho mai capito niente, anzi di sicuro ma mica che capire è mai stato facile. Forse la partita è ancora tutta da giocare e se guardo le tue mosse per benino la prossima volta li muovo io i bianchi, silenzio… Lo vorrei chiedere al tuo sterno cleido-mastoideo, al mare, al filo interdentale e al codice a barre dei tuoi salvaslip con cui riempivi gli slippini di Barbie, a tutti vorrei chiedere perchè sono finito qui. Lo chiederei ai topi e agli uomini e no. Vorrei chiederlo a tua madre e a tuo padre e pure a Padre Carlo perché provo quello che provo quando suono il campanello. Ma non lo chiederò mai a nessuno e faccio sempre lo stesso errore: rovino tutto con le mie mani troppo grosse e continuo, sempre, svicolo come nessun altro le domande e non do mai risposte.  Quanto dovrò aspettare per rivederti felice? Sempre troppo tempo e quella bufala che il presente non esiste che subito si è sciolto nel passato tra fumi futuri. Immagini mobili dell’eternità e pensiero di pensiero, atti puri e amletici dubbi… Venghino, venghino signori a vedere cosa si fa per amore, venghino, i bambini non pagano e le belle donne nemmeno. Abbiamo dubbi per tutti, di ogni misura e qualità e ricchi premi per i più audaci…- i pensieri in testa gli galoppano veloci e frenetici con la schiuma alla bocca, vede che Silvia gli tiene il braccio per la mano e nemmeno sa quanto tempo è passato su quella vecchia giacca di pelle, sempre la stessa, che ha lasciato nell’altro mondo. Ha barattato una giacca da 500 mila lire per un pannolone azzurro che un arpione gli ha strappato a brandelli e ora neppure quello, solo magliette stinte e jeans fuori-moda. – Fumiamo un’atra sigaretta, sul gradino schiaccia chiappe di marmo bianco l’eterna ultima sigaretta, con mia madre che mi dice che sono uguale a Zeno. Ma io nemmeno conto quante ne fumo, sono tutte eterne e ultime, indistintamente. E l’eternità? Qualcosa che mai è iniziata e mai finirà: é immortale solo chi è nato e mai si stancherà di respirare ossigeno. Guarda, c’è la neve. Ma è solo un’altra illusione intrappolata in un negozio di souvenir. E tutte le sere ci sono sempre loro, i lampioni, che inchiodano i marciapiedi all’asfalto in chiazze multicolori. E Michele che ama Valentina a che soffre perché lei tanto non gliela da. L’ultimo sorso e chiude pure la champagneria tra lattine che rotolano e confidenze che sgocciolano tra i grani del sale di un’altra corona condita per soli 2 euro, già perché non ci sono mica più le lire, solo quelle dei poeti e quelle inglesi. “E perdi solo il tuo tempo e non voglio che soffri e se hai commesso un errore proprio non so quale caXXo sia, forse hai detto ti amo troppo presto” parole troppo tue, Lisa. Amare, forse è meglio non dirlo che poi gli amori ti esplodono tra le dita che restano… “A diciott’anni che vuoi fare?” “Sposarti.” Risponderei io ma poi rido di me stesso e mi guardo, un’altra volta, le dita troppo corte e vicine, troppo grosse per carezzarti quei due seni di pesca. Solo voglio pensare. Voglio solo pensare. Pensare com’è bella Palermo al tramonto, bellissima se hai qualcuno con cui passeggiare quando il treno è ancora lontano, basta: guardo avanti, anche Gesù ha fatto delle cazzate a 18 anni– Su quell’ultimo pensiero arrivano i ricordi. La grande notte fu di nuovo in lui.


Silvia forse dormiva, distesa sulle travi del ponte. Ulisse si sveglia sudato, quel girotondo di pensieri lo ha sconvolto. Vuole passeggiare per cercare di dimenticare tutti quei ricordi che la notte gli ha riportato in testa. Si alza e cammina senza meta. Camminando arriva vicino a uno dei pali di sostegno del ponte e vede dodici gradini incerti che non aveva mai notato. Li scende uno alla volta, prestando attenzione alle scaglie di legno che potrebbero conficcarsi nei suoi piedi nudi. In testa i ricordi si sono calmati, sono ritornati nei loro recinti di neuroni, sotto la montagna di capelli ricci che si porta dietro da quando aveva quindici anni. Gli era rimasto in testa solo una vecchia battuta di Zummo. Era successo secoli prima, scappati via da Bagheria sulla Renò 4 per andare a tampasiare nella sera di Palermo. Erano andati come sempre a contrattare cd masterizzati male coi marocchini che vivacchiavano all’ingresso di Mac Donald in piazza castelnuovo. Zummo aveva finalmente trovato un cd con i migliori pezzi degli Eagles e Ulisse s’era concentrato nello spulciamento sistematico delle bancarelle di libri a tremila lire. Aveva trovato i racconti di Kafka e le poesie di Kavafis. La caccia era andata bene per tutti e due. Si rimisero sulla R4 e, imboccando via Cavour, presero la Marina verso Bagheria. Arrivati all’altezza del Jolly Hotel Zummo aveva esclamato che aveva un pititto da guiness dei primati. Ulisse aveva sterzato senza manco mettere la freccia e s’era imboccato nella traversa del Touring, il mitico bar delle arancine bomba. Le arancine erano di almeno 400 grammi l’una, almeno così dicevano i pezzi di cartoncino gialli appiccicati sulle vetrine scribacchiate con rapidi colpi di pennarelli nero. Ne pagarono una ciascuno e affondarono le rispettive dentature in quel biglietto di sola andata per un gastroenterologo. Finire un’arancina del Touring senza lasciare neanche un chicco di riso è un’impresa ardita, Zummo si fece onore anche quella volta e Ulisse con un distacco di tredici minuti eguagliò il suo record. Zummo stava già andando a pagare una bomba per un masochistico bis. Ulisse s’era ritirato sconfitto. Zummo ritornò con la sua arancina sorridendo. Dopo quattro morsi il sorriso era stato rimpiazzato da una smorfia di disperazione, stavolta Zummo aveva osato troppo, lasciò cadere l’arancina nell’asfalto quando pronunciò la frase che ora Ulisse stava ricordando sul penultimo gradino di quella scala. “Basta, un altro morso e leggo il futuro nell’imbottitura delle arancine” e subito a Ulisse era venuta in testa una di quelle immagini vivide che gli arrivavano senza preavviso nella sua testaccia bacata. Aveva visto Zummo con la cresta gialla alzata per bene col gel e una lunga veste con un buco in corrispondenza dell’ombelico. E in mano mezza arancina bomba su cui faceva scorrere avanti e indietro la mano destra. E leggeva il futuro dietro compensi astronomici. Si scrollò di dosso quell’immagine e si ritrovò su quella scala con in testa Lisa che aveva preso il posto di Zummo, scese con lei l’ultimo gradino e vide che sotto il ponte c’era una stradina. La seguì fiducioso. Camminava già da qualche minuto nella luce che veniva dalla luna. La sabbia la sentiva calda sotto i piedi e canticchiava “onda su onda” di Paolo Conte.
-Che notte buia che c’è
Povero me, povero me
Che acqua gelida qua
Nessuno più mi salverà
Son caduto dalla nave
Son caduto
mentre a bordo c’era il ballo
Onda su onda
Il mare mi porterà
alla deriva
in balia di una sorte bizzarra e cattiva
Onda su onda
Mi sto allontanando ormai
La nave è una lucciola persa nel blu…-
S’interrompe bruscamente, ha sbattuto il piede su qualcosa che sporgeva dalla sabbia, si china a guardare l’ostacolo che gli ha fracassato due dita del piede. Un anello di metallo. Scava attorno all’anello e l’anello è attaccato a un quadrato di lamiera. Ulisse tira l’anello e la botola si apre con troppa facilità.  Tutto è toppo calmo, quel silenzio lo infastidisce. Lontano un cancello cigola e nessuno mette un po’ d’olio su quei cardini. Ha i piedi scalzi e sporchi di terra desolata. Scende i gradini che lo aspettano nel budello che ha scoperchiato alzando la botola. Pensa ai catafalchi egiziani e un vecchio ricordo di claustrofobia gli blocca le ginocchia. I gradini che si vedono si consumano presto, la luna non riesce a illuminare gli altri. Li scende non volendo pensare più a nulla. Poi appare una luce che filtra fioca da sotto una porta. Si volta e vede i gradini che ha sceso, sono così tanti che non riesce più a vederne l’inizio. La luce lampeggia a intervalli irregolari, si fa forza, accarezza il ricordo di Lisa e decide di abbassare la maniglia della porta. Dentro è accecato dal bagliore che arriva ora senza più filtri, si stropiccia gli occhi con le dita e lentamente riesce a distinguere qualcosa. È fermo nel punto dove s’incrociano quattro strade e c’è solo un cartello, conficcato nel pavimento. La luce viene da lontano, un faro con i colori tutti sbagliati che riesce appena a distinguere nel buio del tunnel che ha imboccato spalancando quella porta. Aspetta che il faro rivolga la sua luce verso il cartello. Un raggio finalmente lo aiuta a distinguere qualcosa, c’erano una ventina di foto su quel cartello, foto sue, la sua faccia catturata in altrettanti momenti della sua vita. La prima era quella della sua carta d’identità, aveva i capelli corti, un ciuffo ricurvo sopra il sopracciglio destro e le orecchie a sventola in bella vista. In un’altra i capelli lunghi coprivano le orecchie e le basette gli incorniciavano la mascella, in un’altra c’era la sua prima barba, quattro peletti che si portava in giro col cuore colmo di orgoglio. E la sua faccia si dilatava, si stringeva, si affinava da una foto all’altra, la barba cresceva e s’accorciava saltando da una foto all’altra, le basette prima erano sole sulle guance e poi veniva una barbetta castana a tener loro compagnia e gli occhiali spezzati da colpi di pallone ai tempi che parava nella squadra dell’oratorio si riparavano e poi venivano rimpiazzati da modelli imposti dalla moda e poi arrivavano le lenti a contatto. Ulisse era sbigottito, perso in tutte quelle schegge di sé. Non capiva come quel cartello poteva indicargli quale sentiero imboccare in quel mondo che si svelava per lui, un altro universo viveva sotto la sabbia. Imboccò la strada che andava a sinistra, al di là del cartello, quella che corrispondeva alla prima foto, quella del ciuffo ricurvo.
Ulisse camminò a lungo, nell’oscurità tagliata dai bagliori del faro verde, arrivò in una radura, alla base di una collina. Un cancello lo ferma, forse lo stesso cancello che sentiva cigolare mentre scendeva i gradini. Era rimasto solo mezzo cancello attaccato storto a un solo cardine. Passò il cancello e vide che il sentiero conduceva sopra la collina dove un platano stava abbarbicato. Sotto il platano una lapide di marmo spessa sei centimetri. Ulisse si china, sposta le foglie secche del platano e cerca di leggere il nome del trapassato che riposa nel suo sonno senza sogni. Sotto le foglie però c’è la gramigna che strozza la lapide. Ne strappa ciuffi che gli macchiano le dita e le unghia di verde. Riesce finalmente a rendere visibile la foto sulla lapide e rabbrividisce. Una sciabolata verde del faro gli illumina la faccia sconvolta. È la sua faccia, una delle sue facce. Lui con i capelli a mezzo collo e gli occhiali di plastica nera che gli squadrano il viso. L’Ulisse dei suoi 17 anni giace lì, sotto l’ombra del platano. Vorrebbe lasciarsi sprofondare in quella fossa e inghiottire terra desolata e dimenticare, scivolare e sospendere ogni giudizio su quello che gli sta accadendo nell’universo di Nicodemo. Si china e scava, le sue dita urlano ma lui scava. Scava, gratta qualcosa di duro. Capisce che è la bara, riesce a tirarla fuori. I becchini l’hanno seppellita poco profonda e lui martella sulle cerniere con una pietra. Qualche colpo scheggia il coperchio. Martella e poi s’accorge che finalmente l’ha aperta… (continua)

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