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Ulisse, lumache e cioccolatini


Decimo


Il ragazzo fuori dal tunnel si sentiva anche peggio. Svuotato.


-Sempre a romperti la testa con inutili paranoie! Finiscila una buona volta! Queste sono quelle persone di cui ti parlavo…- Nicodemo è seduto, le altre facce sono nel cono d’ombra del neon.
Il primo che s’avvicina ha solo due ciuffi ai lati della testa e un cilindro trasparente tra le mani, si presenta con una sfilza impronunciabile di consonanti ma tanto tutti lo chiamano il Dottore Obliquo perché il cilindro e tutto il resto pendono di una quindicina di gradi verso sinistra. Ulisse gli sorride piantandogli gli occhi negli occhiali.
– E’ chiaro che il soggetto è affetto da gravi turbe esistenziali, opterei per il terzo grado d’assurdità della scala Camus. Deve assolutamente evitare gli ospizi, i film con Fernandel e gli arabi incazzati -, cambiano i mondi e le latitudini ma le diagnosi restano sempre incomprensibili.
Altre facce s’avvicinano al nuovo arrivato, lo annusano, lo palpano senza dire niente. L’unica che resta in un angolo è una ragazza con un cappello di paglia.
– Questo è il Chiarissimo Mica Tant. Dott. Prof. Spadazzo, il timoniere, si diverte a sviluppare foto venute male. Lasciati pure stuzzicare dalle sue teorie ma non chiedergli mai nessuna delucidazione sulla organizzazione che ha fondato. Hanno una cinquantina o più tra manifesti e ideari ma che cosa sia quella cosa lì non l’hanno capito manco loro, però tutti si vantano rilasciando interviste su tutti i giornali -.
In quel teatro dove apparivano dal nulla vetrate e fiori di cartapesta, J.C. ci sarebbe stato proprio bene.
Ulisse pensò che gli occhi della morte guardavano da un’altra parte e le zucche intagliate potevano pure marcire, lui doveva andare avanti.
Qualcuno gli passò un paio di jeans strappati e una maglietta con sopra la faccia di Louis Armstrong. Non era ancora il momento di riavere le scarpe.
Un uomo con il petto nudo  e la faccia disegnata male aveva un gigantesco pesce spada tatuato tra i capezzoli, voleva parlare con Ulisse ma lui era più interessato alla ragazza col cappello di paglia.
Qualcuno mise di sottofondo i campi di fragole dei Fab Four. Poi iniziò il dibattito moderato dal Dottore Obliquo.
S’avvicinò al microfono per prima il Chiarissimo Mica Tant. Spadazzo e tutto paonazzo incominciò a sputacchiare contro un microfono che vedeva solo lui.
– Nostra arma principale deve essere l’estetica! Come ebbe a dire Von Vattanius nelle sue tre righe autografe: <<Stringete gli occhi sempre un po’ di più per vedere meglio, separate gli slippini sporchi da quelli puliti e checazzovogliodirenonlosomancoio!!!>>. Seguono ventinovemila e trecentotre pagine postume di note di suo pugno su quell’unico, delizioso aforisma. Ventinovemila e trecentotre pagine in cui il genio trascrisse in maniera esponenziale proprio quello che il Dott. Gastonius ha definito come sintesi suprema di tutta la letteratura post-saturnista: checazzovogliodirenonlosoman-coio, parola chiarissima accompagnata da ben tre interpunzioni esclamative che ne aumentano l’alto valore filosofico-onto-epistemico…” il dott. Spadazzo riguarda gli appunti numerati in codice binario e sorride soddisfatto.
– E ora, esimi colleghi, passerò a illustrarvi la mia interpretazione di questo libello. Ci sono degli spunti interessanti che rivelano interessanti connessioni. Il testo in questione è DICOTOMICI FURORI di Ulisse Cerami, l’autore è in sala ma penso che non ha niente da aggiungere a quello che sto per dire. Il testo è scorrevole e nonostante il periodare traballate rivela una profonda commistione di generi. In queste settanta pagine trovate di tutto e anche di più. Certo, si fatica ad arrivare alla fine e poi forse i profani resteranno delusi del finale. Anzi a dirla tutta è un libraccio scadente e non so proprio perché volevo intrattenervi con questa dissertazione – Spadazzo getta il libro sul pavimento e riprende le sue elucubrazioni:- ah, sì, mi ricordo. Volevo discettare sul valore della scrittura. E soprattutto della letteratura. Non so ma mi è venuto uno spunto che svilupperò nella mia prossima conferenza: a che serve la letteratura? Molti di voi usano i libri per alimentare il fuoco del camino. Altri per sistemare una gamba traballante del tavolo… altri ancora per facilitare l’evacuazione delle feci mattutine. Ma c’è tutta una generazione di poveri scriteriati che passa le notti a scrivere illudendosi di produrre testi degni di lettura. È tutta colpa della preoccupante diffusione dei computer: tutti possono scriversi il loro personale libercolo e stamparselo in 150 copie con le loro epson che sputano inchiostro mal diluito su risme di carta economiche. Ma passiamo al nucleo fondante della mia conferenza: a che serve la letteratura? E chi lo sa? Proprio a me lo venite a chiedere?-
Quelli del pubblico s’accasciano uno dopo l’altro e il fotofinish dimostra senza dubbio che, per mezza palpebra chiusa, vince su tutti Ulisse.
La ragazza col cappello di paglia s’avvicina al pesce spada intercapezzoluto, è riuscita a star sveglia aiutandosi con un walkman. Il petto nudo è di Agostino III, discendente di una stirpe antichissima di postini della felicità, quelli che odiano le brutte notizie. Dicono che alcuni di loro filtrano ancora le sacche dei postini e vivono di sorrisi.
Silvia prende una lametta da sotto il capello di paglia e fa un taglietto nella sacca di Agostino. Sa già dove cercare. Col bottino s’avvicina a Ulisse che russa sopra una cassapanca.
– Svegliati…-
– Nico, solo altri due nanosecondi. Altri due…- Ulisse bofonchia e neanche fa lo sforzo di aprire le palpebre, la conferenza lo ha stroncato.
– Svegliati, stupido. Ho qualcosa per te….- la voce lo ruba al sonno con due litri e mezzo di rocchetta e tutti i suoi din din.
Si asciuga gli occhi con la mano e si gira verso la bocca che parla. Mette a fuoco a fatica quello che gli sventaglia davanti, quattro fogli e quella è proprio la sua grafia…
– Sono di … sono proprio della mia Lisa! –


   Ulisse abbraccia Silvia e inizia a galoppare verso l’uscita. Di riattraversare i trenta centimetri del budello di terra dilatabile non se la sente proprio. Non perde tempo a cercare vetrate o botole. Guarda Silvia e lei gli prende le mani e lo guida verso la cassapanca su cui s’era addormentato.
 Insieme la aprono. Si accende per un istante della luce viola delle macchinette fulmina-insetti, Silvia traccia vocali in parole senza senso sul fondo. Si calano dentro il baule.


Sono fuori, sotto quello che rimane dell’insegna del teatro. C’è pure la luna sopra il ponte. Corrono e le assi scricchiolano. Ulisse riesce solo a pensare a un pulcino che ride sotto il culo di una gallina.

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One thought on “

  1. va bene… va bene lo so… anche io dovrei cambiare pusher… ma a volte ti affezioni e allora è un casino eh? perchè il pusher a volte è come la mamma… o no? ((@))_((@))

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