Ulisse, lumache e cioccolatini


Un Jesù Punk, un rappresentante di articoli per suicidi, tanto buon rock e una grande storia d’amore… by Tonino Pintacuda


Ecco la nona scheggia… Per riprendere il filo qui ci sono le puntate precedenti: Intro (1) (2) (3) (4) (5) (6) (7) (8)


Nono


“Svegliati ragazzo, devo passare l’apirapolvere… Sveglia!” una voce strappò Ulisse dal sonno che era calato sui suoi pensieri. Doveva essere la maschera del teatro, la sala era ancora buia. Di Nicodemo nessuna traccia, anche lui scomparso.
La maschera lo guardava con due piccoli occhietti che sembravano verdi nel fuoco fatuo della lampada che teneva in mano. Le luci si accesero e Ulisse vide la sua faccia tra la barba rossastra che gli copriva le guance. L’aveva già visto, n’era sicuro. Non domandò nulla, s’alzò dalla sedia scotolandosi le briciole di popcorn e gettando nel cestino il bicchiere di coca cola che qualche baciapile gli aveva appeso sul pene.
Osservò i quadri che riempivano le pareti della sala, girasoli, dovunque maledetti girasoli. I girasoli si trascinavano dietro il più strano deja-vù della sua breve vita. Qualcosa che aveva a che fare con la maschera che l’aveva svegliato. Si girò e lo cercò. Inutile, era ancora più solo e Lisa era così lontana. Non trovava più la porta, tutte le pareti erano cieche, nessuna finestrella, nessun abbaino, nessun buco per topi. Solo solidi blocchi di tufo tirati su a cazzuolettate di calce e cemento. Il palco non aveva le quinte e nessuna porta laterale. Era prigioniero di quella stanza e aveva pure fame.
L’avventura continuava e lui era così stanco con in testa la faccia di Lisa che gli urlava aiuto. Doveva schizzare fuori da quella canzone di Battiato prima del ritornello. Di JC poteva anche fare a meno. Non era troppo sicuro di niente ma amava Lisa e Lisa era la sua priorità assoluta. Il resto poteva benissimo aspettare. Non c’erano porte ma da qualche parte sentiva uno spiffero. Non era Mc Giver ma se la sapeva cavare sempre in ogni caso. Guardò tra le fila del teatro, tra le cartacce e i popcorn c’era un rivoletto di coca cola che scendeva verso un piccolo forellino. Staccò la spina d’un portalampada e incominciò a martellare il pavimento. Indiana Jones non avrebbe saputo fare di meglio. Si ritrovò sudato e con la mattonella di marmo appena spizzicata. Doveva trovare una soluzione, non poteva più restare lì. Il telone era attaccato al solaio, s’arrampicò sulla stoffa pesante facendo leva sulla braccia. Arrivò in cima tutto sudato con una tosse piena zeppa di polvere. Trovò una scala e vi s’arrampicò.


C’erano tre sentieri con tutte le corde delle scenografie e con i contrappesi che sembravano tanti impiccati marciti al sole. Sarebbe tornato da Lisa, se lo sentiva. Ripescò nella sua testaccia tutto quello che gli avevano insegnato i film. Quei sacchi di sabbia compaiono spesso nei copioni. O finivano in testa all’antipatico di turno o servivano come spinte ascensionali. Bastava tagliare qualche corda. Aveva solo le unghia e i denti. Rosicchiò come un vecchio topo sdentato sputacchiando canapa e polvere e sudore. Dopo qualche ora e vari tentativi sbagliati, azzeccò la corda giusta e s’aggrappò all’altro capo. Finalmente la sua fatica portò qualche risultato. Un bella vetrata riempiva la parete, una vetrata che aspettava solo di essere violata. Si dondolò sulla corda ululando come un coyote e con un calcio ben assestato si fratturò tre o quattro dita dei piedi. La vetrata era blindata. A Mc Giver ste cose non capitavano mai. Aguzzò l’ingegno mandando a fanculo tutte quelle perle hollywoodiane, meglio fare affidamento solo sul cervello. Sto vetro non poteva essere incastonato direttamente sulla parete, era stato installato successivamente, magari con un bel telaietto d’alluminio con quattro viti parker per lato. L’intuizione era giusta ora ci voleva un coltellino svizzero o un bel piede di porco. Si guardò in giro ancora appeso come un salame a quel mozzicone di corda. Niente d’utile al suo piano di fuga.
Le viti erano state avvitate alla perfezione e lui non aveva niente neanche per allentarle. Ispezionò tutto il perimetro della vetrata e poi decise di riscendere alla ricerca di qualcosa per forzare quella maledetta finestra. Scese ustionandosi le dita spellate dalla corda e nessun’intuizione fece capolino tra i capelli. Si mise a fischiettare quella canzone degli U2, With or without you era la loro canzone. La canticchiò sottovoce con gli occhi chiusi e finì di nuovo tra le sedie scomode e sudate. Alcuni girasoli erano di cartapesta. Finalmente l’epifania che aveva tanto aspettato! Aveva un cugino di sette anni che l’obbligava a sorbirsi tutte le puntate dell’albero azzurro. Quel maledetto uccellaccio spennacchiato ripeteva ogni due minuti di farsi aiutare da un adulto e Ulisse era abbastanza grande da usare una bucafogli e una spillatrice. Il cuginetto gliel’aveva sempre detto, qualche volta Dodò l’avrebbe aiutato. Ed era vero. Colse una decina di girasoli cartapestati e li spogliò sino all’anima di fil di ferro. Stava raccogliendo l’ultimo quando s’accorse che dietro quel campo di fiori c’era una piccola porticina, era proprio lì, dietro un cespuglio di gesso. Era solo una botola di 50 cm per lato ma era la via di fuga ideale. Prese tutti i bicchieri di coca cola con qualche rimasuglio e si innaffiò di bibite per ridurre l’attrito con le pareti del cunicolo. Strisciò come una biscia tra la curiosità unanime degli scarafaggi. Qualcuno ne approfittò per zampettare tra i capelli e sgranocchiarsi qualche granello di forfora. L’attraversata sembrava non finire mai, sinora aveva solo guadagnato merda di topo, ematomi multicolori e lacerazioni multiple e nient’altro. Non poteva neanche fare marcia indietro, sarebbe morto lì pensando a Lisa e senza mutande.


Lisa lo aspettava, doveva tornare da lei, riabbracciarla, perdersi nei suoi baci e fuggire via da quella maledetta Bagheria, da quel maledetto cielo maligno e da quella stupida apatia che cala come mannaia. Sarebbero scappati via a bordo della Renò con il serbatoio pieno oltre misura con la colonna sonora sputata dal mangianastri. Magari quel bastardo del pater di Lisa avrebbe appiccicato le loro foto segnaletiche a ogni casello ma loro ce l’avrebbero fatta. Non potevano fermare i loro sogni, nessuno aveva impedito al capitano Achab di affondare insieme alla sua chimera bianca. Magari avrebbero chiesto un passaggio al biplano di Donald Shimoda o sarebbero planati sui sogni di qualche bimbo che faceva volare il suo spensierato aquilone. Sarebbero stati finalmente felici, Ulisse libero con gli occhi negli occhi di chi ama e Lisa con un sorriso mentre tutti i tubetti di colla del mondo aspettavano nuove rotture. Sarebbero stati felici, felici come non mai a spingere il macigno su quella collina che è già montagna, una montagna sempre più alta e loro a spingere sempre più su, spingere assieme l’eredità di Sisifo. Sisifo che aveva giocato anche la morte, ubriacandola di parole e per qualche tempo nessuno poteva più morire. Giove aveva perfino smesso d’inseguire procaci ninfette, aveva spacchettato la nera signora e aveva regalato a quel furbastro quella punizione che continuava ancora oggi. Come se non dovessimo mai morire, lo diceva sempre a Lisa, come se non dovessi mai più tornare a casa.
Lisa lo stava aiutando e lui si impegnò con tutta la forza di cui era capace e alla fine ci riuscì.


Ulisse era nato un’altra volta, sputato via da quel budello di pensieri. Si girò a guardare quel tunnel: erano solo una trentina di centimetri che s’erano dilatati innaffiati di sconforto.

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