Così ci si congeda dal mondo adolescenziale
Un mondo sta per svanire un altro si annuncia
Il grande incubo che fa
diventare tutti più grandi

di MARCO LODOLI



DIECI o quindici tappe fondamentali ha la vita, stazioncine belle o tristi dove per forza bisogna transitare: il primo giorno di scuola, la bicicletta a Natale, il primo bacio, un tradimento, e più avanti la prima macchina, il lavoro, il matrimonio, un figlio, un altro, e poi i nipoti, e la pensione e quel doloretto che non è niente, ma per sicurezza è meglio fare le analisi… Alcune di queste stazioni magari possono essere saltate o sostituite, altre sfilano senza troppa importanza accanto ai nostri binari, ma sicuramente l’esame di maturità rimane marchiato a fuoco nella mente di tutti i viaggiatori. Quelle mattinate di sole e batticuore segnano la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra, sono uno spartiacque definitivo: indietro non si torna, l’ombroso mondo adolescenziale, timido e sfrontato, vago e leggendario, trova la sua consacrazione e il suo congedo in poche ore di prove scritte e orali sparse nel giro di una settimana.

“Notte prima degli esami”, cantava Venditti anni fa, individuando quella che è l’ultima particella di libertà e di indefinitezza prima che la maturità giunga a dettare le sue leggi, a imporre i suoi doveri. E per tanti ragazzi italiani la notte prima degli esami è arrivata, è stanotte. Già cigola la porta d’acciaio e di vento che tra poco si chiuderà per sempre, c’è giusto il tempo per gettare un ultimo sguardo alla prateria, per sentirsi ancora un attimo parte di un branco di puledri senza sella e senza finimenti. Si stava tutti insieme, in un’aula dalle finestre grandi o piccole, ma che comunque affacciavano sull’universo infinito delle possibilità. Insieme ai compagni si provava terrore degli insegnanti arcigni ed esigenti, si rideva di quelli buffi, dei mezzi matti pieni di tic, delle zitelle inacidite e dei supplenti giovani, del professore grasso e sudato e di quello segaligno e nervoso, mascherine che per l’intera esistenza restano vivide nel teatrino della mente. Ed è stato un insegnante bizzarro, forse, ad averci cambiato un po’ i pensieri, aprendoli a orizzonti nuovi, a scelte importanti.


“Senza il prof Taldeitali io non sarei diventato ciò che sono, e lui chissà cosa è diventato…”. E da domani tanti ragazzi avranno i loro esami, forche caudine sotto le quali dovranno per forza passare. Una volta erano davvero tosti: i nostri genitori ricordano ancora che razza di prova fosse: “Tutte le materie, e di tutti e tre gli ultimi anni, un incubo spaventoso”. Poi ci fu la lunga stagione delle due materie: se ne sceglieva una e l’altra veniva assegnata d’ufficio, ma tra poche materie già note, ed era quasi sempre quella desiderata. Il voto veniva formulato in sessantesimi, bastava un piccolo trentasei per sfangarla. Anni e anni di pacchia, anche se l’ansia degli esami in fondo rimaneva identica, perché è un’ansia che prescinde dalla difficoltà della prova, che riguarda un appuntamento della vita al quale non si può arrivare fischiettando.


Vivere questi giorni a cuor leggero, con sovrana indifferenza, sarebbe una bestemmia contro i lunghi anni trascorsi a scuola, in classe e nel cortile, intorno alla cattedra o al cesso a fumare, seguendo con attenzione le lezioni o scrivendo disperati bigliettini d’amore. Tutto il tempo andato si impenna e si solleva in questa vetta estrema (è solo una collinetta, ma non importa…): è necessario salire sulla cima e provare la vertigine, il senso di smarrimento, di inadeguatezza, di solidarietà con i compagni legati in cordata. E anche ora che gli esami sono stati ulteriormente facilitati, ora che sono gli insegnanti interni a valutare “il candidato” e tutto si risolve in quattro chiacchiere su una tesina e in un abbraccio amichevole, è giusto che i ragazzi sentano almeno un brivido nella schiena, almeno adesso che sta per suonare la campana dell’ultimo giro e dietro alle spalle un mondo sta per svanire, mentre davanti un altro, ben più feroce, si annuncia.


(La Repubblica – 17 giugno 2003)

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