Il paradiso dei blog, per una nostra metafisica


«Oggi l’universo elettronico ci suggerisce che possano esistere delle sequenze di messaggi che si trasferiscono da un supporto fisico all’altro senza perdere le loro caratteristiche irripetibili, e sembrano persino sopravvivere come puro immateriale algoritmo nell’istante in cui, abbandonato un supporto, non si sono ancora impressi su un altro. E chissà che la morte, anziché implosione, sia esplosione e stampo, da qualche parte, tra i vortici dell’universo, del software (che altri chiamano anima) che noi abbiamo elaborato vivendo, fatto anche di ricordi e rimorsi personali, e dunque sofferenza insanabile, o senso di pace per il dovere compiuto, e amore.»


Umberto Eco, In che cosa crede chi non crede?


Basta dilatare ‘sta bellissima citazione e pensare la questione in questi termini: chi scrive in un blog non sta forse elaborando un software “fatto anche di ricordi e rimorsi personali, e dunque sofferenza insanabile, o senso di pace per il dovere compiuto, e amore”? E i diecimila e rotti bloggers di splinder che postano tutto questo che svaporerà sfavillando dalle maglie della rete e volerà via, al di là delle antenne, al di là degli aquiloni, sempre più su… E lì ci saremo noi e i nostri blog, i nostri prismi in cui scomporci e ricomporci, sino a raggiungere l’oceano delle idee perdute.


appunti per una metafisica ad uso e consumo dei blog


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