Ripassare logica matematica, filosofia morale, storia della filosofia medievale e smozzicare Intelligenza artificiale è una tortura. I cortocircuiti mentali si sommano: tra poco Marx chiederà a Duns Scoto se l’essere è derivabile da una macchina di Turing appoggiata su un grafo orientato. Detto ciò, il feuilleton continua, siamo alla 6^ scheggia. La storia ora si fa interessante: siamo nel teatro di Nicodemo, tutto il resto non esiste. 


 Sesto
 Io e te siamo qualcosa



    – Io e te siamo qualcosa, lo so. Ma cosa siamo? Non fare quella faccia! Mi stai ascoltando? Sono già arrivate le scimmiette, nuovo record! Sei riuscito ad ascoltarmi per due minuti. Vaffanculo! – Lisa era seduta su quel maledetto gradino a livellarsi le chiappe. Troppe sere avevano trascorso lì, a parlare, parlare e parlare ancora cercando risposte ai loro patetici dubbi esistenziali. Si credevano diversi dalla massa pulsante che respirava lo smog sulle panchine di Don Gino. Un giorno si sarebbero stufati di giocare con le illusioni, le poesie di Lisa o i romanzi di Ulisse dovevano essere il biglietto per partire da quell’acquario troppo stretto. Biglietti di prima classe per il Perù con Ulisse fradicio di curiosità sputacchiato da qualche geloso lama. Cozzavano contro ostacoli che sembravano troppo grandi anche per le loro gigantesche fantasie. Non riuscivano neanche a far più tardi del coprifuoco di Cenerentola e negli occhi di Lisa sempre lo spettro del padre, Ulisse lo vedeva spiaccicato nei suoi splendidi occhi neri, lì a sputar fango sui sogni della figlia. Neanche s’accorgeva d’averla persa per sempre in quella notte d’agosto. Era passato più di un anno ma ancora Lisa covava un rancore pieno e vivo che s’alimentava di continuo. Lisa aveva raccontato tutto a Ulisse. Tutto per un mozzicone di Merit. Lisa s’era permessa di rimproverare suo padre perché fumava una  sigaretta dopo l’altra nel balcone e s’ostinava a spegnere tutti i mozziconi tra i boccioli di rosa che stavano spuntando. Lisa gli aveva suggerito l’uso del portacenere e gli aveva portato quello che sua madre teneva nel salone. Lisa inciampò sulla coda del gatto e si fece scappare di mano il posacenere di vetro di Murano che finì in pezzi. Il terribile pater, già incazzato di suo, aveva urlato rabbioso. Poi, voltandosi verso la figlia, le aveva detto una sfilza di parolacce e, smadonnando come un addannato con le emorroidi, aveva messo fine a qualsiasi tipo di rapporto. Un anno era passato da quella sera ma la situazione era perfino peggiorata con silenzi e occhiatacce e allusioni. Poi era arrivato Ulisse e Lisa gli s’era attaccata per non affogare. Non c’erano stati segreti, s’erano confessati tutto quello che per troppo tempo avevano tenuto nascosto. Lisa gli aveva mostrato quelle strane cicatrici che lampeggiavano sulle  sue braccia… 
  
Lisa continuava a parlare, Ulisse vedeva le sue labbra snocciolare vocali e consonanti, le vedeva chiaramente dai due oblò ma non riusciva più a sentirla. Era riuscito a raccogliere solo quella frase. Non era la prima volta che la sua girl le spiattellava quelle paranoie, era bravissima a complicarsi la vita in contorsioni inutili e massacranti.
La sambuca portò a termine la sua sporca missione e il buio l’agguantò.


***


Qualcosa lo stava tirando a galla, stava riemergendo. Non poteva affogare i suoi malumori nel sogno di qualsiasi alcolizzato, troppo comodo.
Vedeva solo forme sfocate, la versione extra-large di Lisa era stata rimpiazzata da qualcosa che non riusciva a focalizzare. Non poteva tenere ancora per molto gli occhi aperti. Li chiuse e incominciò a muovere le braccia, uno alla volta, sfidando la resistenza di tutti e 42 i gradi della sambuca. Era finito il tempo dei tentennamenti, delle frasi a metà, delle decisioni non compromettenti. Doveva decidere, proprio come gli aveva sempre consigliato suo padre. 
L’arpione gli si infilò nel pannolone azzurro. Passò qualche istante e si ritrovò fuori a sputacchiare ettolitri di sambuca. Era salvo, cinguettò un “grazie” e svenne con un sorriso stampato di traverso sul volto macerato.


– Dove sono?… Mamma…- Ulisse era faticosamente uscito dalla colossale sbornia, parlava con monosillabi cercando di legare assieme consonanti e vocali. Si svegliò e sentì un odore nauseante, chiunque l’aveva salvato ora stava stordendolo con gas nervini. I peli del naso erano ancora fradici di sambuca, meglio l’alcol di quel concentrato di scoregge. Sentiva freddo ei si accorse che era nudo, un’altra volta. Guardò in giro alla ricerca della giubba ma non era da nessuna parte. Chi l’aveva salvato gli aveva lasciato un post-it sulla fronte.


La stanza era buia e scarna, solo un tavolo, due sedie, un letto e una poltrona. Accanto al pentolone c’era un piccolo armadio con un’anta a specchio. Da qualche parte partì una musica che riuscì a rilassare Ulisse, era Bob Dylan che se la prendeva con la sua pietra rotolante.
“Once upon a time you dressed so fine
you threw the bums a dime in your prime
didn’t you
people say beware doll
you’re bound to fall
you thought they were all
kidding you…”


Ulisse aveva fame. Si avvicinò al pentolone da sabba e guardò dentro. Era solo acqua. Guardò meglio e vide che qualcosa galleggiava. Infilò uno spaventato mignolo per evitare una spiacevole ustione. L’acqua era tiepida, tuffò tutta la mano e afferrò qualcosa di morbido e viscido.
– Non farlo! – nella semioscurità luccicavano solo due occhietti neri.
– Tu sei… tu sei… – il ragazzo che cercava J.C. era in preda a un attacco di balbuzie, cercava di prendere fiato ma le parole non riuscivano a uscire, la lingua s’era accucciata tra i denti. Restò così, bloccato con una mano sul misterioso ingrediente del brodo e con in bocca una parola che non riusciva a dire.
– …il guardiano. Ho avuto tanti nomi da quando vivo qui. Chiamami Nicodemo – disse e  Ulisse, ancora rantolante, acchiappò con la mano asciutta il biglietto da visita che gli passò.
Lo lesse a voce alta: – Nicodemo – il guardiano del ponte. Rappresentante di articoli per suicidio – sotto sta dicitura c’era uno smile degenerato in un teschietto, aveva in bocca un fumetto: VUOI MORIRE? CHIEDIMI COME. SCONTI PER COMITIVE E PER POETI.
 
Il sole tramontò molte volte sul ponte. Ulisse era sempre nudo ma non ci faceva più caso. Stava tutta la notte a parlare e Nicodemo si limitava a annuire con i suoi occhi neri sotto il cranio calvo.
Nicodemo continuava ad andare a teatro e Ulisse restava seduto sulla poltrona di pelle bianca a aggiornare la contabilità e a registrare le fatture. Il tempo passava ma Ulisse non se n’accorgeva, si svegliava presto e camminava piano sul ponte, con Nico.
Ulisse passava così i suoi giorni e s’era rimesso pure a scrivere, martellando sui tasti aggrippati della vecchia olivetti lettera 22 che Nico teneva accanto al pentolone.



LA MONETA DELLA LUMACA
di
 Ulisse Cerami
 
Forse anche Gesù Cristo aveva fatto delle cazzate a 18 anni. Era questo il pensiero che l’inseguiva da qualche settimana. Il sole era sempre lì, occupato a far invecchiare le cose con la sua luce accecante. Preferiva la notte, preferiva bagnarsi gli occhi con le tenebre. Stava al volante della 126 con lo stereo appena percettibile sotto i rutti del motore. C’erano tanti posti che ancora non conosceva, il Mondo lo lasciava agli altri, gli bastava addentare la Sicilia e affondare i suoi occhi in paesaggi inesplorati per strappare via qualche ricordo da conservare. Qualcuno gli aveva detto che s’isolava, ch’era strano. Lo sapeva già. Mischiarsi alla folla gli scatenava attacchi di quel prurito fantasma che ti s’appiccica ai piedi dopo un crampo. Gli sembrava logico evitare l’evitabile, contatti sociali ridotti al minimo e tanto tempo per ballare con i suoi pensieri. Il filosofo rinnegato  pensò che, da sempre, il mare se lo conservava per l’inverno.
 
Le curve gli venivano bene, stava portando la 126 e tutto quello che conteneva a Torre Normanna. Gli ultimi giorni d’ottobre gli passavano accanto senza sfiorarlo, non doveva neanche sforzarsi per trovare il modo d’ucciderli. I Beatles cantavano dalle casse “Hey Jude” e lui stava pensando cose che di quei tempi era meglio non pensare. Lisa era con lui.
Aveva guidato per tutto il giorno con la cassetta dei Beatles di sottofondo. La notte era tornata in compagnia di tutte le stelle che luccicavano nel buio. C’era pure la luna lassù con la sua faccia da teschio spolpato. Si fermò dopo aver svoltato in una stradina sterrata, girò la chiave e la 126 sussultò boccheggiando strane nuvolette azzurre dal naso della marmitta.
Il fuggitivo toccò qualcosa dalla sua divisa e lei osservò lo stemma che luccicava nel riflesso della luna. Lo stemma della Grande Dicotomia.
L’uomo in divisa s’accese una sigaretta. Una sola boccata e la scagliò via. Gli occhi di Lisa restarono attaccati alla brace arancione che presto fu ingoiata dalla desolazione che gli stava attorno.
La battaglia tra RAI e Mediaset era finita, erano state oscurate tutte e due. Il Padrone aveva deciso così, come aveva fatto con il Cinema, con Internet e con i telefonini. Il Padrone era dappertutto, ti sentivi camminare sulla pelle i suoi tentacoli pure sotto la doccia. Aveva tanti nomi e tante facce ma tutti sapevano che abitava nella Grande Biblioteca, nessuno ricordava come fosse arrivato al potere.
  “Tu eri uno di loro…” disse Lisa spezzando il silenzio, lui non si gira, continua a tentare di accendere il fuoco. Stringe tra le mani il suo stemma, gli fa ribrezzo toccarlo. Lo stringe e lo strappa via lacerando la giubba.
“Tu lavoravi nella Grande Biblioteca, eri uno di quei terribili Filosofi!”, lui continua a guardare i legnetti che scoppiettano feriti dal suo accendino, s’accende un’altra marlboro. “Il Mondo stava morendo. Ci sembrava l’unica soluzione…” tagliò corto lui, aggrottando il sopracciglio sinistro. Lisa sa bene che con quel piccolo gesto il discorso era chiuso.
Lisa assaggia senza troppo appetito il panino che il Filosofo gli offre, sente la mozzarella filante e quel po’ d’erba cipollina che le piace tanto.
La risposta arrivò col vento, un sospiro materno le ricordò la loro missione. Il filosofo rinnegato le piantò gli occhi dentro i suoi. Restarono così, in silenzio mentre un’altra alba uccideva la notte.
 
    La 126 sembra rifiutarsi d’andare a San Nicola – pensò il Filosofo. Poteva scegliere qualsiasi luogo, il G. B. gli avrebbe dato una delle migliori capanne del Nord. Lui aveva preferito accamparsi nella sua Sicilia. Era strano, pensava, a 18 anni avrei voluto viaggiare per il mondo, vagare senza nessuna meta e ora che ne ho la possibilità preferisco restare qui. Fuggire era un’idea che lo faceva vomitare. Sarebbe potuto scappare ma i suoi pensieri sarebbero sempre rimasti di proprietà del Nuovo Ordine. Le sue migliori idee erano di proprietà del regime.
Guidava nella notte e Lisa dormiva.
 
La spiaggia era come se la ricordava e il mare era lì mentre il sole stava sorgendo all’orizzonte. Beveva una coca che sapeva di piscio e guardava Lisa che dormiva.
Posteggiò accanto al vecchio campetto di calcio e guardò la strada deserta, a quell’ora tutti dormivano ancora. La campagna s’era ripresa il suo spazio strangolando l’asfalto con i suoi tentacoli di verde. Si respirava bene lì e i ricordi iniziarono a galoppare sotto i suoi capelli troppo lunghi. Si ritrovò disteso tra la campagna e la spiaggia, Lisa s’era svegliata e stava in silenzio a contemplare il mare. Rideva mentre lanciava piccoli ciottoli al mare.
“Ricordi il passato?”
“Certe notti mi sembra che sia tutto un meraviglioso incubo” guardava anche lui il mare e aveva voglia di lasciarsi andare. Le si avvicinò.
“Com’era qui?” chiede lei, baciandogli la guancia sporca di una barba di tre settimane.
“L’estate era tutto un ammasso di macchine e persone, ragazzi sbronzi e posteggiatori abusivi che pretendevano tremila lire per farti parcheggiare. Si stava sino all’alba a ballare su ritmi martellanti che chiamavano con strani nomi: house, garage, commercial sound, macarena… stavamo tutte le notti qui a mangiare e bere sborsando cinquantamila lire per due pizze e due birre alla spina ma ci divertivamo perché era bello dopo un anno passato a far finta di concludere qualcosa al Liceo. L’inverno trasformava San Nicola in un paese fantasma, sembrava che i cittadini vivessero lì solo tre mesi all’anno e per molti era davvero così, la villeggiatura era una breve parentesi per rilassarsi. Bastava mettersi in canottiera e boxer nella veranda a sgargarozzarsi una Moretti per sentirsi padroni del mondo, potevi fare la stessa cosa a casa ma non aveva lo stesso gusto e quindi preferivi indebitarti per compranti un bilocale vicino al mare. Eravamo fatti così, ora non avrebbe senso. Siamo tutti campagnoli e allevatori, mangiamo cibi genuini e viviamo vicino alla fottutissima natura. Una bella birretta alla spina non ha più lo stesso sapore… se sei sempre così rilassato…” Parlava alle stelle, Lisa era rimasta ad ascoltarlo con addosso solo gli slip ricamati.
 
    Ora i Beatles cantavano Help, erano una coppia bizzarra lui e Lisa.
“Ma hai solo sta cassetta?” disse lei, sarcastica.
“Credi che sia facile procurarsi la musica proibita? Se non ti piace staremo in silenzio…”
“Ma chi ti ha mai detto che non mi piace?”
La strada ricominciava a vivere e le prime mucche pascolavano placidamente sopra marciapiedi dimenticati, qualcuna incominciò a brucare l’erba che spuntava sicura in mezzo ai vecchi pali pubblicitari, la 126 non poteva andare oltre, erano arrivate pure le pecore. Posteggiò lateralmente e scese, poi aprì lo sportello di Lisa.
“Dovremmo procedere a piedi” disse e Lisa annuì.
Camminarono a lungo quella mattina, attraversarono la vecchia autostrada che ormai era diventata una vera e proprio giungla. Le radici dei vecchi salici avevano spezzettato l’asfalto in vari punti e l’erbacce avevano fatto il resto. Si fermarono sotto un guard-rail divelto e mangiarono qualche barretta di cioccolata.
 
Dovevano arrivare al raduno prima di sera.


Camminavano in silenzio, nella desolazione delle città fantasma. S’erano allontanati dall’autostrada. Il filosofo aveva solo dodici cartucce per la sua colt, non avrebbe potuto opporre resistenza a una dei numerosi posti di blocco. Se fosse stato solo avrebbe pure rischiato ma c’era Lisa e non poteva lasciarla sola. Bastò seguire quel vagone di pensieri per ritrovarsi sballottato senza ancore. Il passato gli scoppiò in testa come pop corn, chicchi di rabbia e rancore per quello che lui e i suoi amici avevano creato. Si ricordava troppo bene tutti quei pomeriggi da Mario a fumare spinelli per scappare via da quella maledetta apatia che ti sentivi sgocciolare sui sogni. Lui voleva vivere libero ma quale prezzo avevano dovuto pagare… un massacro, l’eliminazione era stato solo un massacro condito con vuota retorica, retorica rubata a quel dittatore dai baffetti stile spazzola da scarpe. Avevano azzerato il passato, avevano ucciso tutta la precedente classe politica, avevano cacato dentro le loro bocche e poi avevano preso il loro posto. Ma qualcosa era cambiato, il filosofo non aveva dubbi, era stata Lisa ad aprirgli gli occhi. 
Lisa era rimasta sola, era stato lui a ucciderle il padre. Era in missione per conto della Biblioteca. Aveva ucciso senza rimorsi il vecchio e stava per dare fuoco alla casa quando aveva trovato quella ragazza spaurita nel bagno. Il regolamento prevedeva l’eliminazione di ogni parente diretto dei sovversivi. Doveva ucciderla e toglierle i vestiti, per ogni eliminato il Gran Bibliotecario esigeva una prova tangibile dell’eliminazione. Col coltello del serpente le strappò i vestiti e la vide nuda. Vide i suoi seni piccoli e bianchi e tutte quelle cicatrici. In testa gli tornò quella poesia di Sylvya Plath, lady Lazarus… c’è un prezzo da pagare per spiare le mie cicatrici… un prezzo da pagare.
Lisa l’abbracciò e gli sussurrò solo una cosa: “Grazie…”. Il filosofo s’andò a sedere sulla poltrona bianca, davanti agli occhi aveva il padre di Lisa, ormai solo carne, carne destinata a marcire. Lisa era andata da lui e l’aveva baciato con passione e riconoscenza e poi gli aveva raccontato tutto. Odiava suo padre e le sue preghiere erano state finalmente ascoltate. Tutto per un mozzicone di merit… era una notte troppo bella per dormire e lei era nella veranda a guardare la luna che danzava tra le stelle. Stava mangiando una merendina e carezzava il suo gatto. Il padre era uscito a fumare una sigaretta e poi aveva scagliato il mozzicone tra le rose di Lisa. Lei gli aveva solo suggerito l’uso del portacenere e lui l’aveva aggredita urlandogli le peggiori parole che avrebbe potuto pensare. Poi s’era accorto di quel gatto, le aveva detto che doveva smetterla di fare San Francesco e raccattare quelle bestiacce. Afferrò il micio per la coda e incominciò a sbatterlo contro un muretto di pietra, lo sbatteva sempre più forte e Lisa piangeva ma non poteva fare niente. Sua madre era morta e quell’essere immondo sfogava i suoi istinti su sua sorella. Ora erano rimasti solo loro due, Marilena s’era suicidata per non subire più quell’assurda violenza. Lei non voleva fare quella stessa fine doveva assecondarlo ma il gatto continuava ad urlare e la sua testa rimbombava di quel dolore e il vecchio buio le faceva paura ma il gatto stava morendo e lei scattò in piedi. Cominciò a prenderlo a calci e lui era impallidito ed era un gigante, un gigante che s’era ripreso quello che gli apparteneva, se l’era ripreso con violenza e Lisa aveva stretto il cuscino per non urlare…
S’era interrotta ed era scoppiata in lacrime. Si alza e incomincia a dar pugni sulla spalla del filosofo e piangeva e gridava insieme: – Dov’eri quando mia sorella s’è impiccata? Dov’eri quando la testa del mio gatto è esplosa sul muretto? Dov’eri quando piangevo stringendo il cuscino? Dov’eri quando non riuscivo a smettere di sperare? Dov’eri quando quel mostro tornava ubriaco? Dov’eri? – Il filosofo la lascia sfogare  e Lisa piange, piange nel buio della casa che inizia a bruciare. Piange tra le braccia del killer che l’ha salvata. 
I ricordi s’erano riassopiti e il filosofo rinnegato guardò gli occhi neri di Lisa. Mancava poco al raduno.
Era già notte quando arrivarono. I filosofi erano arrivati prima di loro. Le tende ardevano ancora e i cadaveri dei ribelli erano stati accatastati come ceppi secchi. C’erano donne e bambini nel mucchio con i corpi sforacchiati dai colpi delle mitragliatrici.
Lisa scoppia a piangere, aveva riposto tutte le speranze in quel raduno.
Il rinnegato finalmente capì. Era stato lui, inconsciamente a guidare gli sgherri del regime lì. Era questo il dolore che sentiva pulsare nell’anulare destro. Il Gran Bibliotecario non s’era fidato neanche di lui e all’indomani della Rivoluzione gli aveva fatto impiantare segretamente un segnalatore. L’operazione era stata portata a termine dopo averlo narcotizzato. Solo ora il rinnegato comprese la scia di sangue che si lasciava dietro. Era fuggito dal Padrone ma era stato il Padrone a permettere la sua fuga per trovare i ribelli. Quel verme aveva continuato ad usarlo. Una rabbia animalesca gli montò dentro. Si mise a cercare tra le tende, sperando di trovare almeno un superstite. Nessuno, ogni suo sforzo fu inutile. Aveva già provato quel senso d’impotenza. Non era riuscito a fare niente nemmeno durante l’eliminazione. Quell’incubo che ormai apparteneva ai ricordi, ricordi che crescevano nella fantasia della gente. QUEL SANGUE SCIVOLAVA SULL’ASFALTO, SCIVOLAVA SENZA FRETTA, IL SANGUE DEI NEMICI. LE MADRI AVEVANO SFOGATO IL LORO DOLORE SUGLI ASSASSINI DEI FIGLI, CON FEROCIA GLI ASSASSINI ERANO STATI ASSASSINATI IN QUELLA NOTTE TROPPO LUNGA… LA NOTTE DELL’ODIO CON IL PADRONE CHE RIDEVA DAGLI ALTOPARLANTI, RIDEVA E QUELLA RISATA ERA IN OGNI COLTELLO, IN OGNI BOSSOLO SPUTATO DALLE MITRAGLIATRICI CHE FALCIAVANO IN NOME DELLA RIVOLUZIONE. I PEDOFILI CROCIFISSI SULL’AUTOSTRADA DEL SOLE, QUELLI CHE AVEVANO ABBANDONATO I CANI COSTRETTI A DIVORARSI A VICENDA… E LUI VOLEVA CHIUDERE GLI OCCHI, SCORDARSI CHE ANCHE LUI ERA RESPONSABILE DI OGNI ABOMINIO… QUELLA DITTATURA DEI SOGNI L’AVEVANO PROGETTATA INSIEME, IN QUEI DISCORSI DA BAR DELLO SPORT… MA IL SANGUE SCIVOLAVA, VIVO, ROSSO E SCIVOLANDO URLAVA, URLAVA DA TUTTE QUELLE FERITE, URLAVA IN OGNI RIVOLETTO, URLAVA DALLE FOGNE CHE L’INGHIOTTIVANO, URLAVA IL SUO NOME… E LUI AVEVA STRAPPATO LA SUA IDENTITÀ, NON ERA PIÙ UN UOMO, ERA UN’IDEA E QUELL’IDEA DOVEVA ESSERE IL SUO OBIETTIVO. LORO AVEVANO CREATO LA GRANDE DICOTOMIA MA ORA LA LORO CREATURA VIVEVA UNA SUA VITA E LORO ERANO SOLO MARIONETTE TROPPO UBRIACHE PER FERMARE QUEL SANGUE, QUELL’ORRORE ROSSO SANGUE CHE TRASUDAVA DALLE VECCHIE ILLUSIONI.
Il rinnegato svenne nei fuochi che illuminavano la notte.


Lisa lo fece rinvenire bagnandogli il volto con dell’acqua. Il rinnegato senza nome e senza passato si ricordò del segnalatore. Si alzò di scatto, scagliò lontano la pezza umida che aveva in fronte e si mise a correre prendendo per mano Lisa.
Corrono tra le tende ardenti, tra i cadaveri. Lisa non ce la fa più, vorrebbe fermarsi ma devono guadagnare spazio e il segnalatore è sempre lì, innestato nella falange dell’anulare. Li raggiungeranno sempre.
Continuano la loro folle corsa in quello spiazzo di verde ormai deserto, il rinnegato ha finalmente trovato qualcosa d’utile: un’ascia piantata in un ceppo. Beve tre sorsi da una bottiglia di liquore artigianale che ha trovato tra le piante, Lisa lo deve aiutare.
Guarda il suo dito sul ceppo e l’ascia tra le mani di Lisa.
chiude gli occhi e quando li riapre quel dito ormai è solo un pezzo di carne e sangue, non fa più parte di lui. Il segnalatore è ancora lì, scarnifica il suo dito con il coltello del serpente e finalmente lo vede, lo distrugge calando più volte la lama dell’ascia e vede schizzare lontano pezzi di micro-circuiti e schegge d’osso.


Gli elicotteri della Grande Dicotomia volano e sono giganteschi calabroni che macchiano il cielo. Scacciano il buio con i loro fari, i primi cingolati arrancano su quella salita, le prime truppe scendono e su tutti quei manichini la divisa grigia e lo stemma, due serpenti che si amano in un viscido 69.
“Signore, il segnalatore è stato disattivato e del sovversivo nessuna traccia. Il campo è deserto. Passo.”
“Date fuoco all’accampamento, imbecilli! Il rinnegato non poteva sapere del segnalatore… i filosofi non sono a conoscenza dei sistemi di sicurezza del nuovo ordine. Gli abbiamo dato lenza, abbiamo atteso pazientemente che s’unisse ai ribelli. Dovevamo solo lavorare di mulinello… non può essere lontano, perlustrate tutta la zona! Passo e chiudo.”


 


Ulisse s’interrompe bruscamente, rilegge quello che ha scritto. Appallottola i fogli e li scaglia lontano. Stava scrivendo solo accozzaglie di frasi senza senso e senza avere nessun’idea di dove andare a parare. Era chiaro che lui era il rinnegato e la Lisa del racconto era la sua Lisa. Stava romanzando inutilmente la sua vita. S’era tolto la soddisfazione di ammazzare il padre di Lisa ma tutto il resto non serviva a nulla. Non poteva risolvere i suoi problemi sulla carta. -Stavolta no- pensò e andò sul ponte a riflettere.

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