Ringrazio infinitamente Clauz per aver generato questo nostalgico template. L’idraulico baffettato è stato il compagno delle mie domeniche mattine per troppo tempo per non celebrarlo anche qui… Continuo col feuilleton e vi invito a commentare, quel genio di Clauz ha creato uno script per i commenti surreale: più commenti più tartarughe…


Quinto
…un anno può sembrare un’ora

 


 


…un anno può sembrare un’ora con tutte le parole, con tutte le parole ancora che vengono soltanto da seduti… Max e Mao cantavano dalle casse rattoppate della R4. Ulisse non c’aveva capito un cazzo. Zummo l’aveva spedito a casa senza nemmeno un piccolissimo tarzanello. Gli aveva farfugliato qualcosa, aveva sbagliato a confidarsi con Zummo. Anche lui l’aveva preso per pazzo.
Poteva andare a confidarsi con Lisa ma farsi prendere per rincoglionito dalla sua ragazza non gli andava giù. Doveva farcela da solo.
Di studiare non se ne discuteva, la filosofia poteva attendere.
– Ma ste parole che vengono soltanto da seduti… che cazzo saranno? – Pensò mentre fischiettava sulle note di Max cercando qualche risposta – Il cesso aiuta la concentrazione, sicuro. Forse quel “seduti” si riferisce proprio alla posizione sulla tazza-. 


Era a casa, la sacra famiglia era dispersa nei quattro piani: il pater russava, la mater snocciolava rosari sulle prediche che schizzavano fuori dalla vecchia radiolina sintonizzata su Radio Maria, la sister stava facendo arricchire la telecom col suo bollettino di pettegolezzi.
Tutti i cessi erano liberi. Si piazzò sulla tavolozza del secondo piano, in bocca una marlboro e via. Libertà ai pensieri che teneva imprigionati sotto il cappello giamaicano.
Era seduto sul freddo della tavolozza da qualche ora. La sacra famiglia di sicuro stava ipotizzando un nuovo record di seghe casalinghe. Non gli importava. Ulisse riaffiorò dalle profondità in cui era scivolato. Aveva trovato un metodo infallibile per rientrare nel suo universo parallelo.


***


Sapeva che il rischio c’era, l’overdose ti poteva mandare il cervello in stand by per qualche secolo. J.C. valeva tanto? Ulisse guardò la sua vita, era piatta come la sua ex. 
Restò in attesa, la family a quell’ora andava sempre a spendere e spandere. Qualche minuto ancora. I mozziconi di marlboro avevano ricoperto il pavimento del bagno. Era rimasta l’ultima assassina bianca e arancione. La fumò come se fosse l’ultima della sua breve vita.
Farfugliò i saluti di rito e appena percepì le vibrazioni del portone che veniva chiuso dalla sua sorellina, scattò in piedi.
Sapeva dove cercare. La trovò. La tenne in alto come la testa mozzata di un nemico e schizzò nel salotto.
L’accarezzò, l’abbracciò, la baciò e dopo sta sequela d’effusioni feticiste la infilò. Prese il telecomando e schiacciò il tasto grigio del PLAY.
In quella video c’erano otto puntate di Vivere, senza  un bruscolino di pubblicità.
Non capì più niente, il suo cervello si rifiutava di seguire i tormentati intrallazzi delle varie famiglie. Forse un filo logico ce lo trovava Piero Angela, quello c’era abituato a vedere accoppiamenti selvaggi e istintivi.


***


Ulisse era di nuovo sulla zattera con il pannolone azzurro tra le cosce. Gl’importava solo riprendere il suo viaggio alla ricerca di JC. Forse era tutta colpa di Steve King, aveva letto troppi romanzi e aveva oltrepassato il confine. Non poteva tornare più indietro. Non avrebbe più riconosciuto realtà e sogno. Era sbarcato chissà dove e ancora era senza scarpe.
Il ponte era fatto di vecchie assi scorticate dal sole e dall’acqua di quel mare in tempesta. Del guardiano nessun’indizio. Se l’era immaginato diverso il ponte, fatto di forte calcestruzzo e cemento armato con saldissimi tiranti, come quello delle chewing gum. Non c’erano sedie, non c’erano cicche, non c’era proprio niente, solo quella trentina di assi inchiodate con pezzi di ruggine. Era arrivato alla meta e proprio adesso si sentiva sconfortato, sbudellato, senza niente da dare, senza niente da dire. Uno dei tanti piccoli principi l’aveva semplicemente mandato allo sbaraglio, magari per farsi quattro risate sulle disgrazie degli altri. – Se solo l’arrivo a rivedere per strada… Glieli stacco quei piccoli e principeschi coglioni di cui si vanta tanto. Si fa bello con le sue paranoie da iettatore  strafottente. Non c’è niente da capire? Capirai qualche cosina quando sarai un eunuco!- si disse tra sé e sé.  
Avrebbe dato un rene per una marlboro ma non c’era nemmeno un distributore automatico di cicche all’orizzonte. Si sarebbe fumato pure salvia e rosmarino, una volta con Michele e Nino l’avevano fatto e avevano vomitato pure l’intestino tenue.
Stava per lasciarsi andare, guardava i gorghi che si formavano alla base del ponte, sarebbe bastato lasciarsi cullare dalla corrente, senza più problemi, il mare non gli avrebbe rifiutato un ultimo favore. Aveva preso la sua decisione, gli era bastato vedere i suoi alluci nudi e spellati.
Piegò le ginocchia, pensò a tutta la sua vita e la vide scivolare via dentro un allucinante videoclip. Vide la faccia di Lisa, vide la Renò 4, vide sua madre, vide Michele, vide sé stesso che prendeva la rincorsa per buttarsi in quel mare.


***


I polmoni si riempirono di quell’acqua che acqua non era. Il suo cervello impiegò qualche minuto per capire che stava affogando in un mare di sambuca. L’alcol gli stava rosicchiando gli occhi, cercò di riemergere ma qualcosa lo stava tirando a fondo. Smise di preoccuparsi e iniziò a cantare ALL YOU NEED IS LOVE.
L’ultima cosa che vide prima d’accecare lo lasciò  come un tordo ubriaco. Il fondo del mare era un grandissimo oblò e dall’altra parte c’era Lisa. Lisa che gli stava parlando. Sgranò gli occhi e si accorse che gli oblò erano due, Lisa era una gigante e guardava dritto negli oblò. Scivolò con i polmoni inzuppati di sambuca.

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