Ulisse passava intere nottate davanti al pc a vomitare quello che gli ribolliva dentro. Scriveva tanto e qualcuno gli diceva che era bravo. Gli altri dicevano che sciupava solo tempo, carta e inchiostro. La scrittura era per lui un istinto primordiale, un istinto da soffocare sulla tastiera del vecchio celeron 400. Non sapeva se scrivere era giusto o sbagliato, ma sapeva che doveva farlo. Doveva farlo perché gli piaceva, si sentiva bene quando rileggeva quello che aveva scritto in preda ai suoi demoni. S’era creato pure un alter ego di carta  che viveva un mondo che somigliava troppo al suo. L’aveva chiamato Stefano Re, la banalissima traduzione italiana di Stephen King. L’aveva fatto sbranare da dicotomici furori e poi nel suo ultimo racconto, nuovo buco, l’aveva fatto morire. S’era semplicemente stancato di quel suo personaggio.
S’era svegliato una mattina sentendosi troppo uguale a Stefano. Aveva paura che, continuando a scrivere, potessero diventare una cosa sola. Lo sentiva  come una condanna e come suo unico compagno in quel viaggio che chiamava vita. Eliminarlo significava sopravvivere, portare al sicuro le ultime scaglie di sana follia.


Stefano Re stava pilotando il sottomarino giallo, Ulisse stava vivendo lo stesso delirio con cui si chiudeva Nuovo Buco.
<<Non ho mai capito che cavolaccio fossero sti dicotomici furori e sta Grande dicotomia!  Io me ne stavo tranquillo, spaparanzato su quei fogli bianchi e tik tik arrivavi tu a digitare qualcosa. Prima quell’okkupazione con contorno di zombi e patti col diavolo. Poi quegli esami di stato, che mi sono dovuto andare a studiare tutte le materie. E quella bella nottata quando Stefania ci ha scaricati? Pure il muratore mi hai fatto fare! Ma ti sembra giusto? Capisco che sti problemi ti pesavano a portarli da solo, ma non potevi trovarti un altro disgraziato? Ogni volta che ti mettevi a scrivere iniziavo a piangere. Mai una storia tranquilla, magari noiosa, senza colpi di scena. Non sono io la tua condanna, sei tu la mia! >>


Stefano Re lo stava sventrando con quelle sue occhiatacce, gliel’aveva dato lui quello sguardo da Santa Inquisizione e ora non riusciva a sopportarlo. Il suo gemellante, la sua creatura, suo figlio si stava ribellando. Tante volte s’era rivoltato contro la sacra famiglia, soprattutto contro suo padre. Capiva solo ora come doveva essersi sentito lui, il nemico, il rappresentante dell’Ordine e della Disciplina.
Stefano Re era solo il riflesso che gli rimandava uno dei tanti fogli dei suoi romanzi. Era solo un mucchietto d’ossa senz’anima, viveva una vita vuota, una pallida imitazione. Respirava finto ossigeno e pisciava in cessi inesistenti. Non viveva veramente. O no? Le certezze di Ulisse stavano vacillando. Si sentiva strattonato a destra e sinistra. Dilatato e rimpicciolito come se il MOUSE SUPREMO cliccasse sui quadratini del suo word art. Come faceva lui con i titoli dei suoi racconti che pubblicava sul Cammello. Qualcuno tirava,  stringeva, ingrandiva, allungava…


 
Quarto


Si svegliò da quei sogni agitati con le chiappe sul sedile della Uno di Simona. Aveva qualche difficoltà con l’accesso remoto al cervello, provò e riprovò ma alla fine lampeggiò la solita scritta. IMPOSSIBILE STABILIRE UNA CONNESSIONE.
Guardò a sinistra e vide il cancello giallo dei Pagliarelli. Sua sorella imboccò lo svincolo per Viale delle Scienze.
<<Bella associazione! Il carcere e l’università così vicini che quasi non si nota la differenza!>> iniziò lui con gli occhi ancora chiusi dal sonno.
<<Sei strano stamattina, ancora di più del solito…>> aggiunse sua sorella, alzando di due tacche la manopola del volume della radio.
<<Chi non lo è?>> disse lui, iniziando una di quelle inutili discussioni che si chiudevano sempre alla solita maniera. E infatti, Simona, alzando al massimo la radio, chiuse laconicamente la discussione: <<Ma perché mi sono meritata un fratello deficiente? Hai azzeccato proprio la facoltà: filosofia. Pensieri inutili per persone inutili.>> disse rossa in faccia con il viso incorniciato dai capelli neri e poi tagliò corto: <<Ci vediamo all’una in macchina e non perdere tempo con quelle merdine dei tuoi colleghi. Guai a te se mi fai perdere tempo a cercarti che poi m’inizia Beautiful…>>.
Sua sorella non aveva molta fantasia, ripeteva dall’inizio dell’anno accademico sempre le stesse cose. Parola per parola. Nemmeno lui si sforzava più di tanto, non riusciva a vederne l’utilità.  
Ulisse vegetò nelle ultime fila dell’aula SISSIS mentre la sua prof. vagava di citazione in citazione alla ricerca della normatività morale ed epistemologica. Proprio non se la sentiva di cazzeggiare con i suoi colleghi e nemmeno di passare dal bar d’ingegneria per bere un caffè con Michele. Si sentiva sperduto. Era in biblioteca e il sogno gli stava tornando in testa. Infilò la matita per non perdere il segno e richiuse il discorso sul Metodo di Cartesio. Tutto gli tornò chiaro in testa: ricordava J.C., il tapirone, E.T. e il piccolo principe. Stava per arrivare al ponte, quando il protagonista dei suoi romanzi aveva deciso d’intromettersi. L’aveva salvato dallo squalo ma gli aveva sputato tutta la sua rabbia. Stefano non doveva morire, non ancora. Con quel salvataggio s’era meritato un grande ritorno. Uscì dalla biblioteca, prese dall’armadietto la borsa a tracolla e andò a seguire l’ultima lezione della giornata. Era storia della filosofia antica e per un po’ sentire il professore che discuteva della Teoria delle Idee di Platone gli fece dimenticare Jay e tutto il resto.


Le lezioni erano finite. Simona guidava di nuovo verso Bagheria. Ulisse ricordava che s’era perso dentro il puzzo delle nike e poi buio assoluto. Nessuna cena, nessuna dormita, nessuna doccia. Dal puzzo delle nike era saltato direttamente al sedile della Uno. Mancava uno spezzone di una dozzina d’ore. 


A casa mangiò senza troppa voglia gli spaghetti al pomodoro e pisellini findus con la tv invasa dalle chiappe gialle di Homer. Lasciò il piatto sul tavolo e scese le scale. Aveva voglia di una lunga passeggiata con la sua cagnolona.
S’accese una marlboro nel balcone e guardava Carrie mangiare quei puzzolenti croccantini da sette carte al chilo. Pensava : – Il cane è una spesa morta, un capitale in perdita. Tutti i soldi per i vaccini e i croccantini sono praticamente buttati in mezzo alla merda che le scaccola fuori dalle chiappe. È un’amabile sanguisuga a quattro zampe ma ha due occhi che ti fanno vibrare qualcosa nel petto. Ulisse aggiornò la sua classifica da giustiziere metropolitano: quelli che abbandonano i cani erano al terzo posto, subito dopo i pedofili e i topi d’appartamento. 
La piccolina aveva mangiato, passeggiato, urinato, scoreggiato e cagato. Ulisse stava per rituffarsi sui libri di filosofia quando arrivò l’idea. Non se la sentiva di riannusare le nike, troppo pericoloso. Restava l’ultima chance: Zummo.
Allora la decisione era presa. Con una scusa uscì di casa e si fece inghiottire dallo strano abitacolo della R4. Il mangianastri cantò qualche pezzo dei Dream Theater, sulle note di Strange Deja-vù arrivò davanti al portone di ingresso.
Arrivare al pianerottolo di casa Zummo era sfiancante. Dovevi citofonare tre volte: una per farti aprire la porta d’ingresso del condominio, un’altra per il cancelletto interno antirapina e l’ultimo din don per accedere a Zummolandia.
Anche stavolta Ulisse ce l’aveva fatta.
Zummo era seduto davanti al pc dentro il suo pigiamone color puffo ammuffito. Guardò dentro gli occhi di Ulisse e capì.
Il suo amico aveva una faccia troppo sconvolta sotto quello schifosissimo cappello giamaicano. Le ipotesi si riducevano: o voleva sfumacchiare qualche tarzanello o s’era lasciato con Lisa.
Voleva sfumacchiare. Lui poteva aiutarlo.
La stanza era invasa da poster della sinistra giovanile e dalle casse smozzicate Max Gazzè sputava le note di Cara Valentina. Max sgocciolava le sue teorie su quell’amore acceso esploso troppo presto tra le mani, Ulisse adorava quella song.
Ulisse raccontò tutto il suo viaggio nella contea degli orologi elastici, parlò di J.C., del piccolo principe e di ET e non risparmiò nessun particolare. Raccontò perfino che s’era pisciato per lo spavento.
Zummo non parlò. In testa gli frullavano decine e decine d’immagini. Vedeva bene Ulisse con una camicia di forza, in una stanza imbottita, a testa rasata e soprattutto senza cappello giamaicano. Si tenne tutto per sé rimuginando – nessuno è normale, vabbé, ma qui si esagera. Forse il pressato che gli ho venduto gli ha fulminato qualche neurone di troppo.
Poteva fare solo una cosa: agì.


continua
 

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