Terzo


Dopo una lunga discussione era riuscito a convincere il piccoletto: avrebbe dedicato il resto della sua vita a coltivare rose.
<<Corri Ulisse, corri! Il mare ti aspetta>> gli aveva gridato il piccolo principe sventolando la sciabola che luccicava barbagli di sole. Ulisse aveva corso più veloce di Forrest Gump, più veloce del vento che soffiava da nord est. Vide che una zattera era attraccata a uno degli alberi del Tempo. Saltò a bordo ferendosi il tallone destro e faticò qualche minuto prima di riuscire a issare la vela. Poi si lasciò abbracciare dalle onde. Non era più nudo, il principe dai capelli di grano dorato gli aveva prestato la sua giubba azzurra. Provò a indossarla ma gli stava stretta di spalle e di bacino, poi decise di avvolgersela sotto l’ombelico e, facendo passare la coda di rondine della giubba sul didietro realizzò un rozzo perizoma. Ulisse guardò ancora le lancette dell’orologio immobili, il loro ticchettio eterno si consumò tra le onde.


Il mare era sereno. Ulisse smise di dannarsi con inutili contorsioni mentali, non aveva più importanza sapere dov’era o se sarebbe ritornato mai più a Bagheria. Aveva intenzione di succhiare tutto il midollo di quel viaggio. Si sentiva in bilico ma gli andava bene così. Gli mancava solo Lisa…
– Chissà che faccia avrà sto guardiano… e poi perché mai devo incontrarmi proprio con lui… Potevo restarmene a casa, facevo finta di studiare altre quindici pagine di Aristotele e poi andavo a prendere Lisa. No, mi sono messo nella zucca di ritrovare Jay e ora sono in mezzo all’oceano con un pannolone azzurro tra le cosce e senza manco sapere quello che mi  aspetta – Stava cercando di rimettersi un po’ d’ordine in testa ma qualcosa che faceva capolino tra i flutti glielo impedì.
Erano due delfini, due delfini innamorati che si tuffavano e riemergevano di continuo. Il maschio stava al gioco, si divertiva anche lui a giocare a nascondino tra le onde. Si vedeva chiaro e distinto che s’amavano.
Forse il guardiano del ponte sapeva che cos’era l’Amore. Forse era questo il motivo del viaggio. Ulisse non l’aveva mai capita tutta sta faccenda di “Amor che a nullo amato amar perdona” e company. L’amore non è possesso, non è tolleranza, non è sesso. Sapeva solo quello che non era. Ne avevano parlato tanto lui e Lisa e non erano arrivati a niente. Stavano bene assieme, fine del dilemma. Anche con Michele, il suo migliore amico, avevano cercato una minima risposta in discorsi umidi di martini. Aveva ottenuto solo altre domande. Suo compare parlava con in testa bigodini di rabbia e rancore. S’era lasciato da poco e sembrava tranquillo, sereno, risollevato. Michele e Valentina erano stati assieme qualcosa come un anno e mezzo. Un record assoluto che Ulisse non aveva manco sfiorato da lontano. Quello che non capiva era lo stato in cui marciva Michele. Aveva ancora la stanza piena dei regali di Valentina, tutto tra quelle pareti gliela faceva ricordare, e lui era impassibile. Ulisse gli chiedeva perché non scagliava tutto dentro un baule e lui gli rispondeva che non gli facevano né caldo né freddo. Pensava di conoscere il suo migliore amico e invece… Non sapeva nemmeno se avesse mai amato veramente Valentina. Ma non era un suo problema, ci sono incognite che devi agguantare da solo. Gli ambasciatori di Ruffianopoli fanno solo altro danno.
Stava ballando con quei pensieri e poi c’era stata la prima botta. Restò qualche secondo frastornato. Poi arrivò la seconda. Non c’erano scogli che affioravano e non era finito in secca, Ulisse capì che qualcosa stava attaccando la sua zattera. Pensò ai Beatles e alle loro divise sgargianti nella folla che invadeva la copertina dell’ellepi di Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band. Si ricordò anche del vecchio Santiago, della sua lotta con i pescecani tra le pagine del capolavoro di Hemingway. Ulisse non aveva né coltelli, né remi, né fiocine per difendersi. Era solo, senza scarpe e con il pannolone.


C’era solo una cosa da fare. Una canna gli aveva fatto incontrare la versione punk di Jesù, un’annusata suicida delle sue nike l’aveva scaraventato in mezzo all’oceano, l’attacco dello squalo 3 gli stava facendo ululare Help! dei Beatles.
Qualcosa spuntò dalle profondità scandagliandogli l’anima. <<Ma questo l’ho già scritto io! Sono finito dentro il mio romanzo!>> commentò Ulisse e poi svenne in un sonno d’inchiostro.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...