Secondo


<<Ci mancava solo E.t.-telefono-casa! Ora si sta esagerando!>> Ulisse incomincia a incazzarsi.
<<Non sono tuo padre e non ho nessun’intenzione di esserlo. Sarò solo la tua guida in questa prima parte del tuo viaggio>> la voce era bollente, graffiante, sincera.
<<Sto sognando. Ho sniffato troppo quelle fottutissime nike. Non è reale, non è reale, non è reale.>> Ulisse continuava a ripeterselo, doveva usare il cervello ma si sentiva un vuoto cosmico dentro il cranio. Magari l’alieno stava leggendo i suoi pensieri e ora vorrà controllare cosa c’è sotto il cranio, gl’infilerà una di quelle sonde spaziali. L’aveva visto pure in South Park, sperava solo d’evitare la sonda anale!
Ulisse non avrebbe mai più fumato un tarzanello, tutto era iniziato proprio con una canna fumata sul divano…
E.T. stavolta non doveva telefonare. Doveva mostrargli la strada per la conoscenza. E non sarebbe servito a niente un <<no, grazie>>. Il pupazzetto di Spielberg aveva una missione e l’avrebbe portata a termine, a qualunque costo.
<<Io ho sempre creduto agli alieni! Mi sono commosso quando hai dovuto salutare il piccolo Eliott, credimi! Ho pure il poster di X-Files sopra il comodino. I want to believe!>> Ulisse parlava e tremava come una gelatina di papaia.
L’alieno cercava qualcosa dietro l’albero degli orologi volanti e il ragazzo incominciò ad immaginarsi pistole a raggi e spade laser e altre diavolerie schizzate fuori da Guerre stellari. La vescica s’arrese e Ulisse chiuse gli occhi, con il rivoletto giallo che gli stava formando una piccola pozzanghera tra i piedi nudi.
L’alieno sventolò qualcosa che Ulisse non riusciva a vedere bene, aveva gli occhi appannati da goccioloni di sudore che gli scivolavano dalla fronte. Quella cosa lo colpì alla testa e lui sentì che era morbida.
<<Smetti di pisciare e asciugati!>> ET gli aveva scagliato contro un rotolo di carta igienica. Ulisse si chinò e la raccolse. Infilò poi l’indice e il medio della mano destra nel tubo cavo e con la mano sinistra acchiappò un lembo e si mise a disegnare circonferenze nell’aria. Dopo strappò il pezzo e scagliò il rotolo lontano. Con il tampone che aveva ottenuto s’asciugò gli schizzi di urina che gli bagnavano le gambe.
Appena concluse ringraziò l’alieno e questo aggiunse: <<Tra poco incontrerai un altro messaggero, dovrai ascoltarlo. Attraverserai un mare in tempesta e arriverai in un ponte. Lì ci sarà un guardiano e il passaggio dovrai guadagnartelo…>>
Ulisse ascoltava senza troppa convinzione, voleva martellare ET con tutti i suoi dubbi, stava per dire qualcosa ma l’alieno lo bloccò.
<<Capirai molto più di quello che dovresti capire…>> disse l’extraterrestre, poi si toccò con l’indice il cuore, un lampo gli balenò sul torace e sparì.


Il ragazzo vagò per kilometri ma il paesaggio non cambiava. L’albero rispuntava a intervalli regolari e così sembrava di essere sempre fermi allo stesso punto. Si sentiva come un personaggio dei fumetti. Imprigionato per sempre nella stessa vignetta. Il suo disegnatore l’aveva lasciato lì, non aveva disegnato altro dopo quel maledetto albero degli orologi.
Passarono minuti o forse anni, ma all’improvviso qualcosa apparve dal nulla lasciando Ulisse imbalsamato. A giudicare dall’ombra il messaggero che aveva aspettato era alto poco più di un metro. Poteva essere benissimo uno dei sette nani.


***


<<Io… io ti conosco>> in testa un’illustrazione guardata troppe volte.


<<Anch’io conosco te>> i capelli del colore del grano, la giubba blu, la sciabola.


<<Tu sei l’amico dell’aviatore che si perde nel deserto, sei l’amico della volpe, sei quello che ama  la rosa!>> l’intuizione diventa certezza negli occhi stanchi del ragazzo che cercava J.C.


<<L’aviatore è morto. La volpe l’hanno presa i bracconieri e la rosa è appassita. Tutti morti, siamo solo cenere calda. Non si può restare per tutta la vita piccoli principi. Ma una cosa non cambia..>>


<<Questa la so…>>


<<L’essenziale è…>>


<<Invisibile agli occhi. Ora lo cantano pure i 99 posse!>>


<<Lo sai ma cerchi sempre di afferrare un senso nelle cose. Lo fai sapendo benissimo che il più delle volte quello che ci capita non ha motivo. Accade senza scomodare leggi cosmiche o complicati calcoli di statistica. Cercare di capirci qualcosa è inutile. Pure che t’illudi di capire qualcosa, non cambierà mai niente. Quello che deve accadere, accadrà. Puoi correre più di Forrest Gump ma la morte ti raggiungerà sempre. Siamo destinati a morire. L’unica cosa da capire è questa. Non serve affannarsi. Pure campando 120 anni, arriverà un momento in cui il cuore smetterà di pompare sangue e i polmoni si stancheranno di respirare ossigeno. Nessuno può sfuggirle. E io me ne sbatto i piccoli e principeschi coglioni: non voglio sapere quello che c’è dopo il confine…>>  il principino s’accende una sigaretta con un cerino, porge il pacco a Ulisse.


<<Una vita per la morte mi va stretta. E la resurrezione dove la metti?>> lo dice tra i ghirigori del fumo.


<<Bella roba, quella! Hai visto “La notte dei morti viventi”? Alzarsi dalla tomba e cercare qualche cervello per finire riammazzati. Meglio restare sotto due metri di terra bagnata. Ti fai cremare o lasci il compito al tempo. Alla fine sei sempre cenere calda. Un mucchietto di cenere calda nelle mani di Qualcuno che ha uno strano senso dell’umorismo>> una tristezza immensa in quegli occhi azzurri così piccoli e lucidi, schiaccia la sigaretta sotto gli stivali.


<<E i miei sogni, le mie speranze, i miei figli?>> Ulisse stava cucendosi addosso un sudario di paranoie.


<<Saranno qualche granellino nel mucchietto. Anche i tuoi figli moriranno. Anche i tuoi nipoti. Così per sempre. Solo J.C. è immortale. Suo padre e lui sono praticamente una cosa sola. Sono immortali e si annoiano. Allora hanno deciso di regalarci questa inutilità che chiamiamo vita. Si divertono a guardarci soffrire. Siamo solo marionette per loro.  E quando si stancano ci buttano nel dimenticatoio. Nella loro stanza piena di nuvole o nel loro caminetto. A seconda di come abbiamo interpretato il loro copione…>>


Il piccolo principe parlava con la bocca piena di rabbia, ma quello che diceva aveva un suo senso. Ulisse aveva chiuso con quelle elucubrazioni senza fine, sbiellare non era la sua massima aspirazione e poi mica voleva capire tutto della vita. Gli andava bene pure così, gli bastava arrivare al numero 500 di Dylan Dog, vedere arrivare in libreria l’ultimo capitolo della saga della Torre Nera del venerabile King e lasciare quel fatidico segno del proprio passaggio. I figli sono capaci di farli tutti, basta schizzare una goccia di vita dentro il buco in cui si cela l’origine del mondo. Un film, una poesia, un romanzo possono trapanarti lo sterno e toccarti il cuore   anche se i registi e gli scrittori sono già cenere calda da cinquant’anni o da qualche secolo. A lui bastava rivedere Forrest Gump, rileggere Itaca di Kavafis o Conversazione in Sicilia per palpeggiare le tette della felicità. Cambiava di continuo taglio di capelli, modo di vestirsi e di parlare ma quelle tre ancore non le cambiava. Se ne potevano aggiungere altre ma quelle restavano sempre con lui.


Il piccolo principe aveva l’amicizia dell’aviatore e della sua volpe e l’amore per la sua bellissima rosa. Gli sarebbero rimasti per sempre. Doveva solo ricordarlo e Ulisse l’avrebbe aiutato. Non lo sapeva se quello che stava vivendo era un sogno o era il suo destino, sapeva solo che doveva aiutare quel piccoletto a riscoprire l’essenziale.
 


continua

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