Ulisse, lumache e cioccolatini


uno


Ulisse rubava giorni alle tette del calendario di Max che ciondolava sopra la sua scrivania. Stava scivolando nelle pagine del De Anima d’Aristotele sotto lo sguardo omnitel della Megan in mini bikini. Peggio degli altri giorni. Annaspava con la schiena spezzata cercando di sbudellare quel testo proprio come gli intimava la veneranda prof. di Storia della Filosofia.
Quello che era successo sul divano bianco superava qualsiasi megacapezzolo patinato. Voleva rincontrare JC, quella chiacchierata gli aveva regalato un bel po’ di serenità.
Ogni pensiero s’ostinava a seguire un percorso alternativo pieno di buche per andare a sbattere sempre là. Qualsiasi associazione mentale correva lontano e scodinzolando gli riportava la faccia di JC, s’incominciò a preoccupare quando la vide sovrapporsi al volto della sua Lisa… 
Basta che pensi troppo una cosa, una qualunque, che quella incomincia a riempirti la testa come un biscotto troppo inzuppato. Un pensiero che prima ti sembrava banale, capitato lì per caso diventa presto un’ossessione. JC era diventata la sua.


Cercò JC tra le vecchie comari che biascicavano rosari e avemarie e pater nostri, lo cercò tra le pagine del Vangelo, lo cercò dentro un confessionale.
Appena s’inginocchiò, il prete, seminascosto dalla grata metallica, disse, con occhi di carbonella, che quello non era un programma televisivo. Ulisse non doveva fare nessuna nomination, il pretino non era mica Daria Bignardi e non c’era nessun collegamento con nessunissima casa. Il Grande Fratello era ancora nell’aria e magari qualche fanatico andava lì a fare davvero le nomination!
JC non poteva essere lì, non era posto per Lui.
Rassegnato, Ulisse si slacciò le nike. Era nella sua stanza, Megan era sempre in spiaggia con una tetta per mano e quello sguardo da ninfomane alla celluloide. Una strana idea gli s’arrampicò sulle spalle. Aveva ancora in mano una delle nike e senza pensarci tuffò il naso dentro le suole aromatiche. Le annusò per un quarto d’ora.
Quell’odore era allucinogeno, sembrava di odorare un intero spogliatoio maschile: sudore, cellule morte, ricordi e rimpianti, sottilette fumanti, croccantini per cani, sterco putrefatto, cipolle, sigari cubani, vecchie scoregge. Si trovava di tutto per un naso pronto a rischiare ma JC non c’era.
Si distese sul letto e mandò i Beatles a palla.
Su Yesterday Ulisse programmò la ripetizione continua. John Lennon cantò e ricantò di come i suoi guai erano lontani, di come l’amore era un gioco facile, di quanto credeva in ieri. Alla trentaduesima volta Ulisse aveva deciso di farla finita: sarebbe affogato nelle nike. Il puzzo dei suoi piedi avrebbe steso un branco di rinoceronti ucraini, sarebbe morto nel giro di qualche ora.


***


Forse aveva dormito.
Di JC nessuna traccia.


Non era più nella sua stanza e non aveva più i suoi vestiti e il suo scetticismo. Era nudo ma non cercava di coprirsi, aveva solo voglia di capirci qualcosa. Si mise a pensare che forse era morto e quello che vedeva era l’aldilà, poi si stropicciò gli occhi e notò che ci vedeva benissimo pure senza lentine. Si mise in cammino e vagò, lasciandosi guidare dalla strada di sabbia che sentiva soffice sotto i piedi.
Arrivò alla fine del bagnasciuga e vide, proprio davanti a lui, un albero. Sopra l’albero c’era un orologio di stoffa messo lì ad asciugare, si avvicinò. Ulisse guardava di continuo il mare azzurro e lo sentiva: lì doveva trovare qualcosa. Non guardò mai il cielo.
Palpandolo sentì che l’orologio era vero, non era una tela stampata: funzionava ed era soffice e sottile, elastico. Come pure la cassa, il quadrante e le due lancette che ticchettavano senza muoversi di un solo millimetro. Segnavano le dodici e mezzo da chissà quanti anni. Lo acchiappò con tutte e due le mani e provò a distenderlo: era fatto della stessa materia dei sogni.
Sentì un saltellio sempre più vicino e si voltò di scatto con l’orologio ancora tra le mani. Di sicuro stava impazzendo, quello che aveva davanti non poteva essere vero.


La cosa che lo stava seguendo era un mastodontico tapiro d’oro e non c’era nessun vice-gabibbo per consegnarlo, camminava da solo, saltellando sulla base di legno. Ulisse trattenne il fiato e il tapiro lo guardò dritto negli occhi. Lo guardò solo un attimo e poi passò oltre.
– E se fossi finito dentro una delle tante finzioni di Borges?- Dopo il tapiro, Ulisse non si sentiva di scartare nessuna ipotesi. Aveva iniziato quel viaggio alla ricerca di JC, tutto era possibile. Per quanto ne sapeva, quello che stava vivendo poteva essere benissimo una sfilza di non-senses sgocciolati da uno dei milioni di tomi di una delle infinite biblioteche di Babele. Era a casa, pronto a ripassare qualcosa per gli esami della sessione invernale quando JC era apparso sul divano bianco: il Re era stato il suo Bianconiglio. La voglia di rivederlo l’aveva spinto su quella spiaggia; lì, dove si scontravano emozioni e razionalità in un duello infinito. Ulisse era al bivio tra cuore e cervello e doveva schierarsi. Il pater familias glielo diceva sempre. “Devi schierarti nella vita, non puoi cullarti per sempre nell’indecisione”. Forse papà aveva ragione – pensò – ma vorrei proprio vedere lui che farebbe in questo caso. Lui, nudo, tra orologi elasticizzati e tapiri d’oro. Non sapresti scegliere, vero, papà?
<>.
Qualcuno gli aveva risposto.


continua


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