LA MIA ITACA


     Itaca ti ha dato il bel viaggio,
     senza di lei mai ti saresti messo sulla strada: che cos’altro ti aspetti?
     E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
     Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
     già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
           C. Kavafis


 


Stava per innamorarsi e lo sapeva.
 
Ulisse lo sapeva, la conferma l’aveva avuta dall’unico suo amico: il mare.
L’aveva portata a conoscere il mare e lei l’aveva bevuto nei suoi occhi azzurri, lui ascoltava la voce del mare, la voce della vita.


Non era bello, non c’erano soldi nelle sue tasche, solo la voglia di ascoltare.
La barba cresceva a zig zag sul suo volto cotto dal troppo sole. S’erano odiati, o pensavano di odiarsi, ora erano finiti lì, in silenzio ad osservare il mare.
Non le aveva mai chiesto di uscire, non l’aveva mai chiesto a nessuna ragazza. Domandava soltanto se qualcuna voleva pensare. Nessuna lo voleva, era facile non crearsi troppo problemi, molte vivevano d’illusioni. S’illudevano tutte d’essere “emancipate”, di saper vivere in società. La società non era per Ulisse. Non lo nascondeva, mischiarsi alla folla gli faceva venire uno strano prurito. Il nome che portava gli piaceva, quello sì. Suo padre glielo aveva regalato e lui l’adorava. L’eroe stanco di vent’anni di guerra era tornato a casa, qualche mese a stantuffare Penelope sul vecchio talamo d’ulivo e subito via, per seguire la sua scia. Quel nome gli stava a pennello. Andare sempre oltre, ma quali limiti? Sempre oltre.


-Chi sei?- le aveva chiesto solo questo, lei non gli avrebbe mai dato una risposta banale, lei no. Le altre forse, mai lei non poteva uscirsene con un nome e cognome o con un abusato giochetto pirandelliano, forse le altre ma lei no.
Lei non aveva risposto, era stata in silenzio e ricambiava il suo abbraccio. In silenzio sul parapetto del vecchio molo. Tra qualche mese il mondo, la vita, il mare li avrebbe divisi.
– La vita ci dividerà ma noi ci rincontreremo, ci rincontreremo. –


Il silenzio, le zanzare sotto il lampione, giallo nelle lampare dei vecchi marinai. Leggeva molto Ulisse, un libro dopo l’altro, senza sosta. Pensava molto, pensava da solo, pensava.
Incominciò a baciarle il collo, le sue labbra ne disegnavano i contorni, si soffermavano sui suoi occhi di mare.


     Lei doveva farlo. Doveva assolutamente trovare un’etichetta prestampata d’appiccicare a quello strano rapporto.
Era assurdo. A Ulisse andava bene anche, per forza, così. La sua vita si svelava sotto il fuoco dei riflettori di un teatro dell’assurdo, era come una tragicommedia inedita di Samuel Beckett!
Le classificazioni le lasciava agli scribacchini occhialuti con il moccio al naso. Quello che provava per lei poteva essere pure inclassificabile ma c’era. Lo sentiva come sentiva i raggi del sole divorargli una pelle dopo l’altra. Stavano zitti, persi nel fumo di due camel light. Il cammello e le piramidi sullo sfondo celeste, il fumo provoca il cancro, vietata la vendita a i minori. Quelle perle di saggezza non avevano niente da dirgli, non oggi. S’accese due sigarette, una dopo l’altra con il suo zippo. Una era per lei.


Quel discorso l’aveva sfornato lei, l’era scivolato dal suo oceano sotto le palpebre. Così gocce di consonanti e vocali s’erano addensate in quell’ansia.
-Cosa siamo? Io e te siamo qualcosa, lo so. Ma cosa?- Peggio di un incubo da pollo alle mandorle. Non erano sintomi da indigestione, lei le aveva sputato quel dubbio e lui non sapeva che dirle.
Sapeva solo quello che non le aveva mai chiesto.
Non le aveva mai chiesto il suo amore.
Non le aveva mai chiesto la sua amicizia.
Non le aveva mai chiesto esclusività di sentimenti.
Mai.


Folle Ulisse a voler tener testa a quella sirena. Doveva vivere libera, era come l’usignolo dell’imperatore, sarebbe appassita in gabbia.
La ruota del mondo li avrebbe fatti rincontrare. Si sentiva dentro le vene la poesia di Mallarmè.
Lui l’avrebbe rincontrata, lo sapeva. Lei felice con fulmini d’ironia sulle ciglia.


Non le aveva mai chiesto nulla. Non poteva sputarle addosso la sua amicizia. Non poteva accettarlo. Ulisse non poteva.
Si fissarono con le bocche piene di silenzio. Uno davanti all’altra come antichi cow boy. Ci stava bene la musica di Morricone su quello sfondo. Clint Eastwood e Ramòn.


Lei fu svelta, lui di più. 
La risposta l’aveva trovata, gliela aveva sospirata Alessandro Baricco piano piano.  
-Tu sei come il Virginian per Novecento. Io sono Novecento.
Sono salito e ora non riesco più a scendere. Forse mi scorderò di essere sopra una nave, guarderò il mare da questi oblò – le accarezzò gli occhi – e me lo dimenticherò. Forse un giorno vorrò scendere ma mi mancherà il coraggio… –


Ulisse s’era innamorato. Lo sapeva lui e lo sapeva anche il mare.


 



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