Ho sognato. Sì, almeno penso che era un sogno, sarà stata la più azzeccata lettura di tutta la mia vita a farmi scivolare zuccherato verso le nuvolette dei fumetti, avevo in testa ancora l’attimo di beatitudine che chiude le notti bianche del Grande Russo. Mi galoppavano nel cranio un treno di immagini, un treno che aveva un sacco di stazioni in cui fermarsi. Rivedevo tutte le donne con cui ho con-diviso illusioni-sospiri-scoperte… Ero lì, trasparente a rivedere passare nel fiume barche e barili in cui s’erano moltipliplicati spicchi del passato, spicchi che avevano ancora abbastanza succo per farmi strizzare gli occhi.
Correvo, correvo volando sui pedali e battevo le ali come il grande airone, poi vedevo che tutto era inutile. La corrente portava lontano i miei giorni passati, il fiume era già cambiato e io volevo diventare diamante, trapanare quell’ipocrisia che vedevo incastrata nei miei denti.
Volevo volare con gli aquiloni, scordando le antenne e i canditi lucidi delle cazzate che mi sono lasciato alle spalle per ritrovare la strada. Lo volevo, poi mi sono fermato, lì, sulla riva del fiume: ho visto tutti quei mondi morire e ho sognato. Ho sognato una solitudine a due.

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