e i pensieri sbiadiscono, il passato è meglio lasciarlo lì.


A che serve ricordare? Ogni parola,


ogni azione vista e rivista alla moviola


e io che volevo scrivere, scrivere e magari sceneggiare qualche buon film. film zeppi di dialoghi dannatamente buoni con conflitti generazionali e scazzottate, amori impossibili e il mare il mare solo il mare e Quel pugno, quei discorsi umidi di martini da Mario e le dita di Lisa macchiate dal sangue del fico e mi sta guardando. e che le dico? Sono stato io a creare la Grande Dicotomia… e manco sapevo bene che cazzo avevo in testa e quel tema libero che avevo riempito con spiedini di pensieri con la stilografica che mi macchiava la mano quella mano e quel pugno e quei pensieri che battevano veloci sulla strada SE FOSSERO I POETI E I FILOSOFI A GOVERNARE… avevo macinato parole su parole manco l’avevo riletto e la prof entusiasta l’aveva portato in trionfo quelle gocce di follia mi sembravano così reali così giuste e Paolino mi guardava mi guardava strano dopo quel pugno e mi teneva la mano e m’accarezzava il mento prima d’addormentarsi e veniva a farsi mettere le scarpe da me e le mie scarpe erano infangate e pioveva e io amavo la pioggia e correvo senza ombrelli e il sangue scivolava senza far rumore e la neve aspettava orme di passi diceva Garvajal e tubetti d’attack nuove rotture e la Grande dicotomia non sarebbe mai stata sanata e Platone m’aveva messo quella pulce e io cercavo di non pensarci ma vedevo mio padre e la sua cazzuola e la sua pancia tirata su a birre e insulti e gli occhi dietro la paura di qualche altro pugno e poi avevo fatto il borsone e alla stazione mio padre non c’era e poi l’eliminazione e la mia divisa immacolata e quei due serpeti che continuavano a mordersi la coda e soltanto pazzi come noi potevano crederci e ci stavamo riuscendo e c’avevano acclamato scegliendo tra noi e la morte e ora vorrei morire amando Lisa lasciandole la sua purezza ritrovata e continua a guardarmi con quel sangue di fico che le sgocciola sulle labbra e la bacio e per un pò non penso che a lei e ai suoi occhi e ai fantasmi delle sue cicatrici e Sylvya Plath mi sorride con quel suo cappello di paglia e il vecchio Ernest aveva lasciato che i pescicani divorassero la vittoria di Santiago e l’aveva lasciato lì in mezzo al mare ci son camin che fumano e i capelli di Lisa neri come i suoi occhi neri come quello che c’aspetta e il mio indice sinistro ormnai è cibo per vermi e non scrivo più e la morte avrà i suoi occhi e morirò guardandola pensando alla luna gitana che sorride da troppi secoli e i tori a Pamplona continuano a correre per la gioia nostra e di Ernest e quel colpo di fucile gli aveva cancellato il sorriso e la faccia e addio al mondo e alle armi e la luna gitana sempre lì.

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