Un cancello cigola, nessuno li segue.


Alessandro sbuccia per Lisa un fico d’india, uno di quelli rossi e polposi. Le mani ricordano la lezione del padre, lo tiene dai lati, incide la scorza spinata all’estremità e con un taglio preciso gl’apre la pancia. Gliel’aveva insegnato secoli prima e lui aveva seguito con attenzione quelle mani, quelle grandi mani callose, mani da muratore. Pensava a quel lontano dicembre.


…Era arrivato primo al traguardo, aveva sorpassato tutti e ora si aspettava onori e gloria. I Beatles dallo stereo cantavano Obladì Obladà e lui Fischiettava ma quella canzoncina spensierata stavolta non riesce a farlo sorridere e Il busto di gesso di Kafka lo guarda dalla sua postazione lì, accanto al telefono, quel faccione bianco vorrebbe qualche delucidazione ma La sua scrivania è invasa da foglietti appiccicati su qualsiasi cosa e tutti quei libri formano una specie di scaletta verso il poster dell’urlo che riempie la parete più luminosa. La sua macchina da scrivere, la vecchia olivetti 98 con nastro bicolore è affamata, vorrebbe addentare qualche nuovo foglio bianco, sbranarlo con i suoi tasti grippati ma non ha voglia di scrivere, non è il momento. Si alza dal letto e guarda lo specchio, la sua faccia, poche strisce di pelle sgombre da capelli e barba. Il resto è un ammasso informe di gel, peli e capelli sotto il cappello di lana con i colori della Giamaica. Non ha fame non ha sonno. Il quadro di Gesù e i pargoli gli è sempre piaciuto, forse non condivide la gerarchia della Chiesa ma Cristo gli ha fatto sempre simpatia, hanno perfino lo stesso look. ha pensato abbastanza, qualche pagina l’ha meditata. Scende le scale con la coscienza a posto. La sacra famiglia è tutta in salotto, stanno montando il presepe e Qualche anno prima gli piaceva partecipare a quel rito immutabile, sempre la stessa struttura, la stessa angolazione della capanna, gli stessi ciuffi di muschio sintetico, le stesse pecorelle. Tutto come sempre, il pater familias che sistema le lucine, la sorella che bada a Paolino, la mater con quello sguardo sintetico come il muschio. vuole bene a tutti ma il suo preferito resta Paolino. Ha smesso d’andare in chiesa quando ha visto gli occhi a mandorla del pupetto e in testa quel dottore che fa la faccia impassibile e quella condanna: TRISOMIA 21 “Nemmeno si saluta più? Si mangia e si dorme, meglio del Ritz!” suo padre bloccato al mitico tempo in cui ai genitori si dava del lei, rispetto e silenzio. Il binomio perfetto, il dialogo serve solo a far venire su capelloni buoni solo a leggere libri. “Io non so che fare con te, le ho provate tutte. Guarda quelle foto, eri così saggio!” la discussione si scalda, la signora ha smesso di pensare al suo grande problema di Paolino e ora sventaglia i suoi argomenti migliori. E quell’indice accusatore termina con un’unghia laccata di un rosso pompeiano, la stessa tonalità del rossetto. La traiettoria è chiara, tra le tante foto che fanno bella mostra sul pianoforte, lui a sei anni, con in faccia il il migliore sorriso del repertorio sotto i capelli a caschetto e i suoi primi occhiali con la montatura in plastica. definire saggio un bambino di sei anni solo perché riesce a scrivere parole come sciabordio, becchettio e acquedotto all’esame di primina niente di più. E lui non replica, preferisce evitare discussioni che servono solo a far piangere Paolino. Paolino che parla come un megafono della stazione di Palermo , Paolino che sa capire le persone. E Selene, sedici anni pronti a dare il loro contributo alla discussione. “Guardalo, papi, con quel cappello sempre buono a criticare. forse frequenta brutte compagnie… sembra un tossico” e lei, la dolce sorellina, tutta casa e chiesa che gira l’angolo, sale sulla Z3 di quel pervertito che cerca di plagiarla E i capelli pettinati da chirichetta diventano la chioma dell’ultimo dei Mohicani, e la discussione scivola verso Marco, il ragazzo di Selene e lui Può finalmente uscire senza affogare nelle paranoie medio-borghesi della sacra famiglia. Il presepe s’è fermato, Selene ha ancora in mano l’angioletto che annuncia la grande notizia ai pastori semiaddormentati; Paolino sta facendo belare le pecorelle facendole uscire dal recinto che le teneva prigioniere. Ride di gusto, spensierato, nemmeno sa che la mammina che adora lo veda come un inghippo, un errore tecnico. e lui saluta tutti per l’ultima volta e un cerino accende una sigaretta al mentolo. Fuori piove e la pioggia gli piace. Preferisce camminare lontano da quella gabbia che sente sempre più stretta. Cammina svelto, senza ombrello col cappuccio della giacca a vento sul cappello di lana, solo venti minuti alle otto. Dovevano rovesciare il mondo e poteva andare solo da Mario. Entra, la giacca nell’appendipanni e va nella zona biliardo. Ci sono già tutti e la Grande Dicotomia era appena iniziata e poi quel pugno. Lui aveva colpito suo padre e con quello aveva messo fine a ogni cosa S’era scordato dei fichi d’india e i filosofi avevano rovesciato il mondo.

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