premessa: amo i gatti, forse c’entra o forse no, solo che mi sono preso un mega cazziatone dalla mia ‘più amica’ per aver messo qui il racconto di Poe (naturalmente lei non l’aveva semplicemente riconosciuto (troppo martini?), per farmi perdonare metto su un racconto mio abbastanza malinconico e un fiore del male ad hoc… 


Il gatto (baudelaire)  


Vieni sul mio cuore innamorato, mio bel gatto: 
trattieni gli artigli della zampa,
e lasciami sprofondare nei tuoi occhi belli 
misti d’agata e metallo.


Come s’inebria di piacere la mia mano 
palpando il tuo elettrico corpo
con le dita che tranquille ti accarezzano 
la testa e il dorso elastico!


E penso alla mia donna, a quel suo sguardo 
come il tuo, amabile bestia,
freddo e profondo che taglia e fende come freccia,


e a quell’aria, a quel profumo
che pericoloso fluttua sul suo corpo 
dai piedi su fino alla testa!


Ho messo via…



 Mozziconi spolpati di passato gli scheggiavano gli occhi e Ulisse continuava a pestare sull’acceleratore. Sentiva qualcosa gracchiare sotto il cofano ma non era il momento di fermarsi, continuava a correre verso Palermo senza badare ai colpi d’abbaglianti che lo scongiuravano di lasciare la corsia di sorpasso. La vedeva con un pezzetto di specchio retrovisore, la vedeva sprofondare nelle molle sgangherate del sedile, piangeva.
 Un altro Ulisse stava per morire, se lo sentiva. Stavolta sarebbe affogato. Inghiottiva saliva amara di tabacco e lacrime che non sapeva ricacciare dentro. Era finita, quell’estate troppo breve era finita, la loro storia l’aveva uccisa. Non sapeva come comportarsi, stringeva tra le mani il volante, immaginandosi di stringere il collo di quel bastardo che aveva sparato sperma sulle sloggi della sua Stefania. Sapeva tutto, la sua corsa verso la Morte non era stata inutile, appena aveva posteggiato Stefania gli aveva sputato addosso la sua condanna. I suoi occhi di cielo brillavano di luna e paura, vomitavano lacrime.


Erano scesi, lui non sapeva nemmeno dove cazzo erano finiti, aveva lasciato Viale Regione Siciliana e ora non riusciva ad orientarsi, s’era acceso una camel 100’s e sulle distorsioni delle casse della Renò lei aveva iniziato a parlare.
 Anche lei s’era accesa una sigaretta, una Merit le stava attaccata a quelle labbra così piccole sporche di rossetto. S’era fasciata in un piccolo vestitino nero e si aggrappava alla borsetta come se quella imitazione Onix fosse ‘na specie di talismano. Fumava a piccole boccate e parlava piano tra le lacrime e gli strani ghirigori del fumo, ogni tanto si fermava come per riprendersi la sua vita, si fermava guardava la luna e guardava Ulisse, lo guardava scazzottare il tetto della Renò, lo guardava morire.
Cinque anni per costruire la loro storia e solo due settimane dalla nonna per uccidere la loro storia.


Lei fumava e insieme al fumo le uscivano cose che non pensava. Ulisse avrebbe preferito piantarsi scaglie di ferro tra le unghia.
-Non puoi essere il padre che non ho avuto, non puoi essere il mio angelo custode! Non potrai essere sempre dietro di me per correggermi, tra poco me ne vado e non ti resteranno altro che i tuoi romanzi, usa pure questa notte per riempire qualche pagina! –


E lui era rimasto lì, muto. 
Non se la sentiva di muoversi, guardava i granchietti che s’arrampicavano coraggiosi sugli scogli, il mare gli cantava la sua vecchia canzone e le sigarette erano pure finite. A quelle piccole assassine bianche e arancione poteva rinunciare.
Si ricordava solo spezzoni montati male di quella notte di luna, la corsa con la Renò, gli abbaglianti, il buio che era dentro e fuori di lui, le sue Merit e quelle terribili parole che s’erano appiccicate come calamari, strette al cervello e al cuore con i loro tentacolini di rabbia e rancore. Non si sarebbero spiccicate tanto presto. Erano le quattro, le quattro e la luna d’agosto sembrava parlargli, gli parlava del suo passato, glielo gridava nelle orecchie. Il futuro era un sussurro di ninna nanna, quella notte sarebbe finita presto.


 Una bottiglia di birra becchettava sui tappetini, l’afferrò sopra l’etichetta e la scagliò lontano. Si fermò un breve istante sul pelo dell’acqua, il mare sembrò assaggiarla, poi la tirò a fondo. La stessa cosa avrebbe fatto volentieri con il ricordo di Stefania, l’avrebbe strappato via e tirato lontano, su un’altra galassia.
Non aveva sentieri dorati da seguire, voleva solo vivere assassinando il giorno e il suo passato. Sapeva che non sarebbe stato facile, lo sapeva lui e lo sapeva anche il mare.


E la luna era sempre sopra di lui, lucida di pianto.


***


La Renò era posteggiata vicino la spiaggia, Bob Dylan continuare a chiedersi quante strade dovrà percorrere un uomo. Se lo chiedeva anche Ulisse. Era ancora lì, i granchietti non c’erano più, era restato solo lui, il mare e la luna.
Era davvero successo: la loro storia, la loro estate, la sua stabilità emotiva erano naufragate come quella bottiglia di birra. Non riusciva a fare la stessa cosa con Stefania, la voleva rivedere, spiegarle che non gliene fregava nulla, avrebbero potuto superare tutti quei problemi insieme.


   Lasciava galleggiare i suoi pensieri come polipi bolliti. Seguivano proprio la forma di un polipo: la testa era l’idea fissa a cui s’attaccava tutto il resto, tentacoli contorti che stringevano anche il suo domani. Stava ricordando il suo tema, era un bel pezzo. Con quelle quattro colonne s’era beccato la menzione. Appena aveva visto l’urlo di Munch gli era venuta voglia d’intervistarlo. E l’aveva fatto. Era entrato nel quadro e passeggiando lungo il ponte della vita aveva incontrato il protagonista del processo kafkiano e Godot. La frase che gli piaceva di più la faceva dire a Joseph K.:
– Non pensare è il sogno di tutti. Guarda il mare. Che ci aspetta dall’altra parte? Basterebbe che tutti si fermassero un solo minuto. Solo sessanta secondi per ascoltare la voce del mare. –
Credeva a quello che scriveva, per questo gli riusciva così bene riempire fogli. Alla fine del tema restava solo sul ponte a vedere tutti i suoi perché affondare sotto quel cielo di fuoco, restava lì e si tappava le orecchie per non sentire quell’urlo senza tempo.
Ora sentiva solo l’urlo del suo cuore.


Mancava poco e il sole avrebbe ucciso quella notte, Ulisse voleva morire. Lo sentiva dentro, la morte però non poteva essere la soluzione, non era la risposta che Bob Dylan cercava nel vento.


Salì sullo scoglio più alto; tante volte era venuto lì con Stefania. Non aveva voglia di pregare, non l’aveva mai fatto sul serio, lo faceva solo perché sua madre era contenta così. In bocca si sentiva il sapore dei piccoli capezzoli di Stefania, non guardava giù, cercava solo di sentire la voce del mare e per la prima volta la sentì sul serio, era come se l’era immaginata, uno sciabordio lontano come un mugolio di piacere, una voce calda, materna. Era una voce di placenta, non assomigliava a quello che si sente dentro una conchiglia.
Quella voce l’aveva risvegliato.


Le scarpe le lasciò sullo scoglio, le lasciò lì doveva aveva lasciato il vecchio Ulisse e si buttò piegando leggermente le ginocchia. L’impatto con l’acqua gli schiaffeggiò la faccia, sputò via una bella scatarrata e si ritrovò a sorridere. Era fradicio e continuava a ridere sputacchiando acqua salata. Rideva mentre il sole sbadigliava nel cielo rosso. 

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