IL GUARDIANO DEL PONTE


 


L’ho proprio davanti. Ci separa solo una tela.
Forse soffre d’anoressia, qualche chiletto in più non gli farebbe male. Accarezzo la tela, i colori tornano densi, liquidi. M’immergo nel fuoco del cielo. Le narici si riempiono di colore e gli occhi aperti su quel lontano, ignoto mondo. Ricordi di tempere e pennelli…
-Quasi tutti vengono per vomitarmi valanghe d’angoscia, ogni giorno. Sono più di cent’anni… Appiccicato qui, senza girarmi mai, senza poter vedere il mare!-
Gli allungo un’aulin, se la merita. Io m’accendo una chesterfield.
Camminiamo tanto sotto un cielo inquietante. Un corteo funebre? Sono finito in un altro quadro! (ANGOSCIA di Munch – N.d.R.).
Guardo la gente a lutto, guardo Lui. Saranno suoi parenti.
-Chi è morto?- lo domando una volta sola.
Non risponde, si rimette nella sua posizione di sempre. Si ritappa le orecchie e inizia il suo lamento funebre.
Lui ha le risposte? Forse la risposta è proprio il suo urlo.
-Chi è morto?- insisto.
Vedo che sta per rimettersi ad ululare, gli afferro le mani.
Il corteo è ormai lontano. Non me n’ero accorto: due uomini stanno zitti e guardano il mare.
-Chi sono?- Lui s’è calmato.
– Josef K.? Godot?- le mani sudano e gli occhiali scendono sulla punta del naso.
Non so che dire, la testa mi pulsa.
Cerco aiuto nel mare. Inutile. Non riesco ad accendermi nemmeno una sigaretta.
Aspetto.
Aspetto che qualcuno stracci ‘sto silenzio.
Godot apre bocca, deve andarsene. Non può restare, l’aspettano.
– Vladimiro ed Estragone m’aspettano da tanto. Ogni volta inciampo in un contrattempo che m’impedisce di raggiungerli…-
Ora siamo in tre.
-Chi è morto?- chiudo gli occhi, il corteo, gli occhi spiritati della bambina, il cilindro dell’uomo in nero.
Josef mi risponde.
-Ne sono morti tanti. Tutti prima o poi devono passare da questo ponte. Ci passeremo anche noi. Tanti ne sono passati e tanti ancora ne passeranno. È come la mia condanna, senza nessun motivo…
Tutti passeranno sotto i suoi occhi, Lui è il guardiano del ponte. Non gli resta che urlare un urlo senza tempo… Tutti, stroncati da quella maledetta alienazione.
Molti non se n’accorgono nemmeno, se ne vanno in punta di piedi, col capo chino. Così, come hanno vissuto. È facile dimenticare. È facile vivere da alienati. Nessuno si ribella perché l’alienazione è alla base della società- si ferma per un istante, un solo istante senza fine. – Non pensare è il sogno di tutti. Guarda il mare. Che ci aspetta dall’altra parte? Basterebbe che tutti si fermassero un solo minuto. Solo sessanta secondi per ascoltare la voce del mare. –
Ora siamo soli. Solo io e Lui.
Non ho nemmeno salutato Josef, nemmeno il tempo per fargli gli auguri per il suo processo…
Tutte le domande che m’ero preparato s’accartocciano sotto qual cielo di velluto. Lui ricomincia il suo rituale. In quel suono, in quel lamento tutto il male di vivere.
Ora so perché cerca di tapparsi le orecchie; quell’unica nota è insopportabile.
Non riesco, devo tapparmi anch’io le orecchie.
Ora lo so…


 (toninopintacuda, 2000 – tema della maturità)


 

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