Ulisse si svegliò dal sogno che qualcun altro aveva sognato per lui.  Zittì la sveglia che incominciava a riempirlo d’insulti dallo zoo di 105. Si guardò nello specchio e si trovò cambiato; aveva la stessa faccia da minchione, gli stessi capelli che s’arricciavano sopra i dorsali.  Tutto come prima, il pizzetto che il padre definiva da caprone aveva bisogno di un’aggiustatina, ma sopra il naso c’era un nuovo sguardo, una nuova consapevolezza; non sapeva da dove l’aveva presa e non gl’importava poi tanto.  Mentre beveva latte inzuppando qualche fetta biscottata colorata di marmellata e di qualche capello non stava pensando le solite paranoie che lo assalivano alle sette e trentacinque del mattino e lo lasciavano solo quando era troppo stanco per continuare a leggere il gioco delle perle di vetro di Herman Hesse.  Sembrava un cambiamento da niente ma per lui era una novità spiazzante.  Non aveva nemmeno nessuna voglia di azzannare con la sua ironia la sacra famiglia che già aveva raggiunto i rispettivi post di lavoro.   Aveva voglia di una canzone che gli rigirava tra i riccioli.  Voglia smaniosa di Bob Dylan.Si fece portare dai suo piedi ne la sua stanza e non fece caso che era senza ciabatte e senza calzettoni di spugna.  Era scalzo. Prese il cd e si sentì come doveva sentirsi quella ragazza che aveva perso tutto e si lasciava rotolare senza seguire nessuna direzione. Ricordava uno strano incontro con un musicista che gli aveva regalato un cd che non si ricordava di aver mai ascoltato.  Forse se l’era immaginato o era successo qualcosa, un piccolo sisma emozionale che l’aveva fatto cambiare così tanto in così poco tempo. Leggiucchiava l’editoriale dell’Unità e gli venne voglia di dare una potata al capello rivoluzionario.  Si vestì e i jeans gli davano fastidio, si mise un vecchio paio di pantaloni di velluto nero che non si metteva da qualche annetto e che s’era perfino scordato di aver messo a stagionare nel  buio dell’armadio.  Guardò la riproduzione dell’urlo di Munch che teneva sopra il capezzale accanto a Gesù circondato da una decina di bambini.  Guardò quel quadro come se lo guardasse per la prima volta, quello scheletrino urlante col cranio calvo sembrava un vecchio amico che non aveva mai conosciuto.
Sui pantaloni abbinò una giacca grigia del pater familias, stava proprio bene.  Aveva pure voglia di togliersi quel pizzetto da Confucio.  Si accorse d’essere scalzo solo quando scese dalla macchina davanti al negozio del barbiere.  Se n’accorse solo lui, non sono molte le persone che guardano in basso. Forse solo Forrest Gump. Si fece fare un bel taglio a base di gel e di uno strano sistema di sfumature.Il barbiere calvo che conosceva da quando era piccolo lo riconobbe solo dopo aver riempito il pavimento di marmo dei suoi capelli e del suo pizzetto.  Camminò sui suoi capelli sentendoli morbidi sotto la suola del piede nudo.  Uscì dal negozio del barbiere sorridendo.  Avrebbe continuato a macchiare fogli con i tasti della sua olivetti 98.  Alla fine in quella montagna di fogli avrebbe trovato qualcosa di buono. Non l’avrebbe mai saputo se non scriveva.
Lisa e Ulisse continuarono a punzecchiarsi, si perdevano e si ritrovavano di continuo.  IL resto doveva ancora essere vissuto.  Tutto il resto è la vita capita a volte che Ulisse si ricordi di J.C. forse qualche volta lo incontrerà ma una sola cosa c’è ancora da dire.  Ulisse si mise a collezionare scolapasta e certe giornate cammina scalzo alla ricerca della sua strada che lo porti a diventare un uomo…


forse un giorno la troverà…


 



 

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