in attesa di inaugurare un nuovo spazio su bombasicilia, pubblico qui il primo contributo su un tema di schifosa attualità. Il pezzo è di Guido Grassadonio.


Scrivere sulla guerra
Ci accingiamo ad iniziare una rubrica di riflessione sulla guerra. La prima cosa che dobbiamo chiederci è: “Perché lo stiamo facendo? “La parola “perché” ha almeno due significati, un’interrogazione sulla finalità di una data cosa e le sue motivazioni causali; ciò implica che dovremo trovare due risposte od una che le riassuma insieme entrambe. Alla domanda sulle cause, vengono in mente tante risposte quali l’orrore ed il ribrezzo che ogni essere umano dovrebbe provare di fronte a qualsiasi guerra al di là di credi politici, religiosi, etici e morali, la compassione, l’urlo di rabbia che ci esplode dentro di fronte ad un sistema che antepone interessi economici alle vite di milioni di esseri umani; in pratica però la ragione prima che ci permette, ed in questo caso mi permette, di sederci davanti un computer a battere quattro righe sulla guerra è il fatto che siamo dei fottuti (scusate la volgarità) privilegiati. Può permettersi tutto ciò solo chi non ha la guerra sotto casa, qualcuno che ha luce, acqua, un tetto, un letto dove dormire; qualcuno che se guarda al domani immagina o può provare ad immaginare un proprio futuro. Domani io mi alzerò ed andrò all’università, magari per studiare, per manifestare o solo cazzeggiare. L’urgenza di scrivere una riflessione critica sul fenomeno guerra deriva dal fatto di non viverla: altrimenti, se dovessi prepararmi ad una battaglia scriverei di tutto, ma non sicuramente riflessioni su come risolvere in maniera non violenta i conflitti in atto. Sicuramente molte cose importanti sulla guerra sono state scritte in momenti difficili della storia, ma ciononostante dubito che se dei carri armati scorrazzassero per la nostra città, qualcuno di noi passerebbe il suo tempo a battere i tasti di una vecchia tastiera per scrivere sul perché “c’é sempre un’altra soluzione”.
Il mio caso, ma penso anche quello di molti di voi, è poi molto particolare: non solo non sono in guerra, ma non lo sono mai stato. Non ho esperienza diretta di ciò di cui sto parlando e le emozioni che provo dipendono da quali notizie ricevo dai media (compresi quelli indipendenti); se la tv non avesse mai parlato di guerra, non ne parlerei nemmeno io. Ciò deve farci riflettere: perché non ho mai vissuto non solo la tragica esperienza della guerra, ma neanche quella della povertà, della carestia, dell’epidemie, che pure per tanti anni hanno caratterizzato la storia delle nostre città? La risposta sembra semplice: abbiamo la fortuna di vivere in paesi incredibilmente ricchi e benestanti, dove è un problema la mala sanità e non la fame, la corruzione e non la malaria, la violenza negli stadi e non la guerra sul nostro territorio. Ma è una vera risposta? Lasciamo per ora in sospeso il problema e occupiamoci di un’altra questione: se il problema guerra non ci riguarda, perché ne parliamo? Forse perché siamo buoni? Forse perché siamo tanto sensibili da far nostro il dolore di una madre che non vede tornare il figlio a casa? La nostra responsabilità verso quei paesi si ferma al fatto che non vogliamo che i nostri governi e soldati si macchino di sangue innocente tutte le volte, come attualmente con l’Iraq, che scattando interessi di petrolio o di sicurezza internazionale, viene deciso un intervento militare? Quest’ultima domanda coincide a mio parere con quella che ho lasciato volutamente in sospeso, e quindi proverò ora a riformulare il tutto: non è che forse i privilegi di cui noi usufruiamo ogni giorno, quegli stessi privilegi che mi permettono di essere qui a scrivere sulla guerra, sono tra i responsabili della situazione umanitaria precaria di gran parte dell’umanità, e sono i responsabili di gran parte delle moderne guerre, sia direttamente che indirettamente? La domanda è fatalmente e tragicamente retorica. Ciò pone una domanda anch’ora più imbarazzante: se il mio battere i tasti di una tastiera rientra in un sistema di cose che condanna a morte milioni di persone, che importa se stia scrivendo contro la guerra? Sono forse meno colpevole se uccido scrivendo la parola pace?



Ritengo importante che lo risposta a questa domanda non cancelli la domanda stessa, che ritengo di una forza esistenziale notevole. Perciò ho lasciato un po’ di spazio vuoto, a simboleggiare il silenzio, quel silenzio che mi è passato per la mente la prima volta che mi son posto questa stessa domanda, per me tremenda.
La questione va affrontata con cura ed il miglior punto di partenza è questo: posto che partecipo di un sistema colpevole di condannare all’infelicità ed alla morte milioni di vite, posto che ho una responsabilità diretta sulla questione, cosa posso fare? Posso sicuramente sfruttare le possibilità che mi sono date per sviluppare idee, concetti, da trasformare poi in fatti reali. Posso “scrivere pace” in maniera consapevole, ovvero conscio di far parte nonostante quel gesto di un sistema assassino, ma senza bloccarmi su ciò. Posso muovere le mie azioni in una direzione che da un lato cerchi una via al rinnovamento, dall’altro limiti l’attuale sofferenza. Posso realizzarmi e realizzare la mia vita in un processo che muova verso la realizzazione di una nuova società. Posso scendere in piazza. Posso cominciare a fare delle rinunce. Ed alla domanda “perché?” risponderò, oltre che per i motivi noti di inaccettabilità della violenza, ecc, che mi sento un po’ colpevole. Siamo tutti un po’ colpevoli della guerra in Iraq, quindi penso che dovremmo tutti rimboccarci le maniche. Una maniera per fare ciò e riflettere e scrivere, consci che questo è un fottuto privilegio, che però ci da un gran potere ed una grande responsabilità (la citazione dall’uomo ragno è involontaria). A questo serve questa rubrica, a porre problemi, cercare risposte, proporre azioni pratiche: una goccia in un oceano di cose da fare, ma pur sempre un buon inizio. Il potere della scrittura come arma autocontraddittoria di pace, dove la contraddizione interna deve diventare il motore dell’urgenza etica di continuare.


Guido Grassadonio


guido983@interfree.it

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