Ci hanno fregato un’ora di sonno e sganciano le bombe, almeno c’è il vecchio e datato Hnak.


Sei pollici.


I primi tre mesi della mia vita coniugale con Sarah filarono lisci, ma poi cominciarono i guai. Era una brava cuoca e, per la prima volta da chissà quanti anni, mangiavo bene. Tanto che mettevo su ciccia. E lei allora prese a rimbrottarmi.
“Ah, Henry, Henry, sai chi mi sembri? mi sembri un tacchino messo all’ingrasso per le feste.”
“E che male c’è, baby'” ribattevo io. Avevo un posto da spedizioniere in un magazzino di ricambi per auto, e la paga bastava sì e no. Le mie uniche gioie erano mangiare, bere birra e andare a letto con Sarah. Non quel che si dice una gran vita, ma tocca accontentarsi. Sarah era bona. Tutto in lei parlava di sesso. L’avevo conosciuta a un party, sotto Natale, pei dipendenti del magazzino. Lei lavorava là da segretaria. Notai che nessuno le andava vicino, alla festa, e non riuscivo a capire perché. Non avevo mai visto una donna più sexy, e non è che facesse la stronza. Mi feci avanti, ci mettemmo a chiacchierare. Bellissima, era. Ma ci aveva un nonsoché di strano, negli occhi. Ti guardavano fisso fisso, senza battere le palpebre. Quando andò alla toilette, presi in disparte Harry il camionista.
“Di’ un po’, Harry,” gli feci, “come va che nessuno si fa sotto, con Sarah?”
“E’ una strega, amico mio, una vera strega.”
“Ma le streghe non esistono, Harry. E’ stato dimostrato. Quelle povere donne che mettevano al rogo ai tempi antichi, si trattava di un errore tremendo e crudele. Non esiste, la strega, né roba del genere.”
“Magari, avranno bruciato un mucchio di donne ingiustamente, questo non lo so. Ma ‘sta strega è ‘na strega, dammi retta.”
“Non ha bisogno d’altro, Harry, che di comprensione.”
“Non ha bisogno d’altro,” disse Harry, “che d’una vittima.”
“Tu come lo sai?”
“Stiamo ai fatti,” disse Harry. “Prendi Manny, un commesso viaggiatore. Prendi Lincoln, un ragioniere.”
“Che gli è successo?”
“Spariti. Come dire scomparsi davanti ai nostri occhi, ma pian piano… li abbiam visti svanire a poco a poco.”
Cosa intendi dire?”
“Non mi va di parlarne. Mi piglieresti per matto.”
E se n’andò. Poi Sarah tornò dalla toilette. Più bella che mai.
“Cosa ti ha detto, Harry, di me?” mi domandò.
“Come sai che parlavo con Harry?”
“Lo so,” disse.
“Non è che m’abbia detto tanto…”
“Qualunque cosa t’abbia detto, scordalo. Sono tutte fantasie. E’ geloso perché, con lui, non ci sono stata. E’ uno che gli fa piacere sparlare della gente.”
“Non mi curo delle opinioni di Harry,” le dissi.
“Mi sa che io e te, Henry, ce la spasseremo,” mi disse.
Venne a casa da me, dopo il party, e v’assicuro che non avevo mai goduto tanto. Era la fine del mondo, quella donna. Di lì a un mese, più o meno, ci sposammo. Sarah si licenziò, su due piedi, ma io non dissi nulla, ché ero troppo felice di averla. Si cuciva i vestiti da sé, si faceva i capelli da sé. Era una donna in gamba, in gambissima. Ma come ho già detto, in capo a tre mesi cominciò a rimbrottarmi per via del mangiare. Da principio battutine scherzose e gioviali, poi si fece sprezzante. Una sera torno a casa e lei mi fa: “Spogliati, tira via, mannaggia a te.”
“Cosa, my darling?”
“M’hai sentito, bastardo! Spogliati!”
Era un po’ cambiata Sarah, da quando c’eravamo conosciuti. Mi tolsi i vestiti e la biancheria, li buttai sul divano. Essa mi squadrò.
“Fai schifo,” disse, “sembri un sacco di merda.”
“Cosa, mia cara?”
“Ho detto che mi pari un mastello di merda.”
“Di’, tesoro, cosa c’è chenon va? Hai il marchese, per caso?”
“Sta’ zitto!Guarda lì, quelle pieghe di lardo che hai.”
Aveva ragione: mi correva una fascia di grasso tutto intorno alla vita. Essa prese a picchiarmi dei pugni sulle borse sporgenti dei fianchi.
“Bisogna smaltirla, ‘sta ciccia. Eliminare i tessuti adiposi, le cellule di lardo…”
Mi seguitava a tempestar di pugni.
“Ahi! Baby, mi fai male.”
“Bene. Adesso menati da te.”
“Menarmi?”
“Dai, scazzottati, mannaggia.”
Presi a percuotermi, abbastanza forte. Finita la battitura, i cuscinetti di lardo erano sempre là. In più erano tutti arrossati.
“Smaltiremo quella ciccia merdosa, sta’ tranquillo,” disse.
Mi ama, pensa fra me, e decisi di collaborare.
Sarah prese a contarmi le calorie. Mi vietò i fritti, il pane e le patate; l’insalata, scondita; sulla birra però tenni duro. Dovevo farle vedere chi portava i calzoni, a casa nostra.
“No, mannaggia,” le dissi, “alla birra non ci rinuncio. Ti amo, ti voglio bene, ma la birra bado a berla.”
“E va bene,” disse Sarah, “faremo uno strappo. Ci riusciremo lo stesso.”
“Riuscire a cosa?”
“A smaltire quello schifo, a portarti alla taglia ideale.”
“Quale sarebbe la mia taglia ideale?”
“Vedrai.”
Ogni sera, al mio rientro, la stessa domanda: “Ti sei dato cazzotti sui fianchi?”
“Altroché!”
“Quante botte?”
“Quattrocento per parte, belle forti.”
Sì: camminavo per strada e mi davo pugni ai fianchi.La gente si voltava a guardarmi. Ma non ci feci più caso, dopo un po’. Io ci avevo uno scopo, e loro no…
La cosa funzionava a meraviglia. Da 103 scesi a 89 chili, da 89 a 82 e mezzo. Mi pareva di essere ringiovanito di dieci anni. La gente mi trovava d’ottimo aspetto. Tutti si complimentavano con me, tranne Harry il camionista. Certo, era geloso, perché non era riuscito a farsi Sarah. Cavoli (acidi) suoi. Una sera mi pesai, e pesavo 80 tondi.
Dissi a Sarah: “Ci possiamo accontentare, non ti pare? Guarda che silhouette!”
Le falde adipose erano sparite da tempo, e il ventre adesso era piatto. Le guance, incavate.
“Secondo le tabelle, andresti bene,” disse Sarah. “Ma, per me, non hai raggiunto ancora la taglia ideale.”
“Senti,” le dissi, “sono alto uno e ottanta. Qual’è il peso ideale per me?”
Allora Sarah mi rispose in modo strano:
“Non ho detto mica ‘il peso ideale’, ho parlato di ‘taglia ideale’. Viviamo nell’Era Atomica, nell’Era Spaziale, ma soprattutto nell’ Era del Sovraffollamento. Io sono la Salvatrice del Mondo. Io lo so come risolvere la questione del Sovraffollamento. Altro cheecologia! Alla radice del problema c’è l’Eccesso di Popolazione. Se si risolve questo, si rimedia anche all’Inquinamento e a tante altre cose.”
“Ma di che diavolo stai parlando?” le chiesi, stappando una bottiglia di birra.
“Non ti preoccupare,” mi rispose, “te n’accorgerai.”
A un certo punto notai che, pur seguitando a calare di peso, non dimagrivo oltre. Era strano. Poi m’accorsi che i risvolti dei calzoni mi ricadevano sopra le scarpe, un tantino, e che i polsini della camicia m’andavano un po’lunghi. Guidando l’auto, mi pareva che il volante mi stesse più lontano. Mi toccò avvicinare il sedile di uno scatto. Una sera salii sulla bilancia. 69 chili.
“Guarda qua, Sarah.”
“Che c’è, darling?”
“C’è qualcosa che mi puzza.”
“Cosa?”
“Mi sa che mi sto restringendo.”
“Ti stai restringendo?”
“Sì, mi ritiro.”
“Ma va là, scemo! Cosa ti salta in mente? Non si restringono mica, i cristiani. Pensi che stando a dieta ti si ritirino le ossa? Le ossa non si accorciano. Riducendo le calorie, si riduce il grasso e basta. Non dire idiozie! Ti restringi? Impossibile!” E scoppiò a ridere.
“Va bene,” dissi io, “vieni qua. Ecco una matita. Ora mi metto contro la parete. E, come faceva mia madre nell’età dello sviluppo per controllare se crescevo, fai un segno sul muro, dove arrivo con la testa.”
“Va bene, sciocchino,” disse lei.
Tracciò una riga.
Una settimana dopo ero sceso a 60 chili scarsi. Il calo si faceva sempre più rapido.
“Vien qua, Sarah.”
“Sì, sciocchino.”
“Fa’ un po’ un segno.”
Tracciò una riga. Mi voltai.
“Vedi? vedi? Ho perduto una decina di chili, in una settimana. E mi sono abbassato di otto pollici. Mi sto squagliando! Sono alto uno e cinquantacinque. E’ una pazzia, bell’e buona! Una pazzia. Ne ho abbastanza. Me ne sono accorto, che m’accorci i calzoni e le camicie, sai? Non ci sto! Adesso mi rimetto a mangiare come prima. Credo proprio che tu sia una specie di strega.”
“Sciocchino…”
Di lì a poco il principale mi chiamò nel suo ufficio. M’arrampicai sulla sedia davanti alla sua scrivania.
“Henry Markson Jones junior?”
“Sì, mi dica.”
Lei sarebbe Henry Markson Jones junior?”
“Ma sicuro, signore.”
“Ecco, Jones, noi l’abbiamo osservata attentamente. Temo che lei non sia più adatto alle mansioni che svolge. Ci dispiace vederla andar via… voglio dire, ci dispiace doverla mandar via in questo modo, ma…”
“Ma, signore, io faccio del mio meglio.”
“Lo so, Jones, ma, vede, lei non è più all’altezza dei suoi compiti.”
Mi licenziò. Certo, avrei riscosso il sussidio di disoccupazione. Ma lo stesso pensai che era un bischero, a buttarmi fuori così. Restai a casa, con Sarah. Peggio che peggio. Per mangiare dipendevo da lei. Non arrivavo neanche più alla maniglia del frigo. Poi un giorno mi mise alla catena. Mi legò a una catenella d’argento. Ormai ero alto sessanta centimetri. Cacavo in un orinaletto. Però la birra me la dava sempre, come promesso.
“Ah, che coccolo che sei,” mi diceva, “così piccino, così caruccio.”
Anche la nostra vita amorosa era finita. Tutto quanto mi si era ridotto in proporzione. La montavo ma, dopo un po’, mi tirava via e rideva.
“Be’, ci hai provato, piccioncino.”
“Non sono un piccione, sono un uomo!”
“Oh, il mio caro piccolo ometto.”
Mi tirava su e mi baciava con quelle labbra rosse…
Sarah mi ridusse alla statura di sei pollici. Mi portava con sé a far la spesa nella sporta. M’affacciavo a guardare la gente attraverso dei buchi che lei c’aveva fatti. Devo dire una cosa, a suo favore: mi lasciava sempre bere la mia birra. La bevevo in un ditale. Un litro mi durava più di un mese. Ai vecchi tempi lo facevo fuori in 45 minuti. Ero rassegnato. Sapevo che, se l’avesse voluto, m’avrebbe potuto far svanire del tutto. Meglio 6 pollici che niente. Anche un pochino di vita t’è cara, quando sei alla fine della vita. Quindi facevo divertire Sarah. Era tutto quello che potevo fare. Mi confezionava vestitucci e scarpine, mi metteva sopra la radio, accendeva la musica e: “Balla, bellino! Balla su, balla, piccolo babbeo!”
Beh non potevo passare a risquotere il sussidio di disoccupazione, e così ballavo sopra la radio mentre lei batteva le mani e rideva. Vi dirò, i ragni mi mettevano una paura tremenda, le mosche erano grandi come aquile gigantesche, e se un gatto mi avesse acchiappato si sarebbe divertito a torturarmi come un topolino. Ma la vita mi era cara lo stesso. Ballavo e cantavo e resistevo. Per poco che abbia, un uomo, s’accorge che potrebbe aver anche di meno. Quando facevo la cacca sul tappeto, mi sculacciava. Dovevo farla su dei pezzi di carta che Sarah lasciava, apposta, in giro. E io ne strappavo un lembo per pulirmici il culo. Era come cartone però. Mi vennero le emorroidi. Non riuscivo a dormire la notte, per un complesso di inferiorità, perché mi sentivo in trappola. Paranoia? Comunque, mi sentivo bene quando ballavo e cantavo e poi Sarah mi offriva la birra. Ci sarà certo stato un motivo per lasciarmi di quel formato lì, sei pollici esatti. Ma quale fosse, non lo sapevo mica. Mi sfuggiva. Come pure mi sfuggiva quasi tutto. Inventavo canzonette per Sarah. Sì, così le chiamavo: canzoni per Sarah.


oh sono un piccolo gnomo da strapazzo
tutto va bene finché non m’arazzo
ché non c’è nulla che mi renda pago
tranne solo la cruna di un ago


Sarah rideva e batteva le mani.


se vuoi essere ammiraglio nella Regia Marina
basta che ti metti nei servizi segreti
una volta alto 6 pollici, così, quando lei va a far pipì
tu spii dentro la sorca sgocciolante della Regina!


Sarah rideva e batteva le mani. Beh, questo perlomeno andava bene. Bisognava accontentarsi…
Ma una sera successe una cosa molto disgustosa. Io ballavo e cantavo e Sarah stava distesa, nuda, sul letto, battendo le mani, a bere vino e ridere. Stavo esibendomi in uno dei miei numeri migliori. Ma, al solito, il ripiano della radio si era riscaldato e mi scottava i piedi. Non resistevo più.
“Senti, baby,” le dissi, “qui scotta. Mettimi giù. Dammi una birra. Non il vino. Bevilo tu, quel vinaccio da quattro soldi. Dammi un ditale di quell’ottima birra.”
“Sicuro dolcezza,” mi disse. “Hai fatto un gran bel numero stasera. Se Manny e Lincoln fossero stati bravi come te, sarebbero qui, a quest’ora. Loro invece non ballavano, non cantavano, s’immalinconivano e basta. E, quel che è peggio, non volevano prestarsi al Gran Finale.”
“E qual’è in Gran Finale?” chiesi io.
“Ora, dolcezza, bevi la birra e rilassati. Voglio che te lo godi, il Gran Finale. E’ evidente che tu hai molto più talento di Manny e Lincoln. Credo proprio che io e te arriveremo al Culmine degli Opposti.”
“Diavolo, come no,” dissi io, scolando la birra. “Farei il bis, dammene un’altra per favore. E dimmi, cos’è il Culmine degli Opposti?”
“Goditi la tua birra, dolcezza, lo saprai molto presto.”
Finii la seconda birra, poi la cosa molto disgustosa ebbe luogo, una cosa molto molto disgustosa. Sarah mi agguantò e mi piazzò fra le sue coscie, che allargò un tantinello. Qui mi trovai di fronte una foresta di peli. Irrigidii i muscoli della schiena e del collo,avendo capito l’antifona. Venni schiaffato dentro, al buio e alla puzza. Udivo Sarah gemere. Poi cominciò a muovermi, piano piano, avanti e indietro. Come ho detto, la puzza era insopportabile eppoi facevo fatica a respirare, però non è che l’aria mancasse del tutto: anzi c’erano spifferi, zaffate. Ogni tanto con la testa -con la sommità del cranio- andavo a cozzare contro il Grilletto e allora Sarah emetteva un gemito più profondo e prolungato. Cominciò a muovermi più velocemente, sempre più svelto. La pelle mi scottava. Respirare si faceva più difficile. Il puzzo era atroce. La sentivo palpitare. Capii che prima compivo l’opera, meno avrei tribolato. Ogni volta che venivo stantuffato in avanti, inarcavo la schiena e il collo, m’inarcavo più che potevo per andare a cozzare contro il Grilletto. D’improvviso venni estratto da quell’orrendo cunicolo. Sarah mi sollevò all’altezza del suo viso.
“Vieni, diavolo d’un coso! Vieni!” mi ordinò.
Era ebbra, Sarah, di vino e di passione. Mi rificcò a furia nella grotta. Mi spingeva avanti e indietro svelta svelta. Poi, d’un tratto, respirai profondamente per gonfiare il petto, radunai saliva nella bocca, la sputai… una volta, due, tre volte, quattro, cinque, sei volte, poi smisi… La puzza aumentò d’intensità, da non potersi manco immaginare, poi, alla fine, venni tirato fuori all’aria aperta. Sarah mi sollevò, sotto la lampada, e cominciò a baciarmi sulla testa e sulle spalle.
“Oh tesoro! Oh, mio prezioso uccello! Ti amo.”
Mi baciava con quelle orribili labbra pitturate. Vomitai. Poi, esausta e illanguidita, fra i fumi del vino e del piacere, mi collocò sul petto, fra le mammelle. M’accucciai là, ascoltando il battito del suo cuore. Mi aveva sciolto, non avevo quel dannato guinzaglio, ma lo stesso mi sentivo oppresso. Uno dei suoi seni enormi mi gravava addosso, reclinando un po’ di lato. Mi trovai proprio sopra il suo cuore. Il cuore della strega. Se il rappresentavo il problema al Sovraffollamento del Mondo, perché mi aveva usato, semplicemente, come un oggetto di svago, un giocattolo sessuale? Là, sdraiato, ascoltavo quel cuore. Non c’erano più dubbi: era una strega. Poi guardai su. Indovinate cosa vidi! Una cosa sorprendente. In un piccolo interstizio della testiera. Uno spillone. Sì, una spilla di quelle che guarniscono i capelli delle donne, lunga, con una grande capocchia di vetro colorato. Mi inerpicai fra i seni, su per la gola recline, mi issai sul mento, con gran fatica, poi le camminai sul viso… quando fece una smorfia nel sonno, io persi l’equilibrio… mi dovetti afferrare a una narice. Lentamente mi rialzai, presso l’occhio destro -teneva la testa leggermente inclinata a sinistra- e di lì balzai sulla tempia, avanzai verso il centro della fronte, m’infrattai fra i capelli. Molto arduo aprirsi un varco in quell’intrico. Alla fine mi tesi… m’allungai… riuscii a arrivare fino a quella spilla. La discesa fu più rapida, ma anche più rischiosa. Diverse volte stetti per perdere l’equilibrio, trasportando lo spillone. Se cadevo era la fine. Diverse volte risi, tra me e me, perché era una cosa ridicola. Bel risultato, quel party aziendale! Buon Natale a tutti i colleghi!
E rieccomi a ridosso della grande mammella. Posai giù lo spillone e tesi l’orecchio. Individuai il punto esatto del battito cardiaco. Si trovava esattamente sotto un piccolo neo. Mi rialzai in piedi, brandii lo spillone con la grossa capocchia purpurea, bellissima alla luce della lampada. E pensai: funzionerà? Io ero alto sei pollici e lo spillone misurava una volta e mezza me: nove pollici. Il cuore non doveva trovarsi a una profondità maggiore.
Sollevai lo spillone, lo conficcai nella carne: proprio sotto quel neo.
Sarah si agitò convulsamente. Io mi tenni saldo allo spillone. A momenti mi scaraventava giù, sul pavimento: sarebbe stato come cadere dal quinto piano, mi sarei sfracellato. Tenni duro. Dalle labbra le uscì uno strano suono.
Poi fu scossa da un fremito per tutte le membra
Strinsi i denti e spinsi dentro gli ultimi tre pollici di spillone, giù, dentro il suo petto, lo immersi fino alla capocchia.
Allora Sarah restò immobile. Ascoltai
Udii il cuore… uno due, uno due, uno due, uno…
Si fermò.
Allora mi abbrancai, con le piccole mani da assassino, al lenzuolo e, a muscoli, mi calai sul pavimento. Ero alto sei pollici e ero vivo, avevo paura, avevo fame. Trovai un varco fra le stecche d’una portafinestra. Mi aggrappai a una pianta rampicante, mi calai giù, all’interno di un cespuglio. Nessuno sapeva che Sarah era morta, tranne io. Ma c’era poco da stare allegri. Se volevo tirar a campare, bisognava che trovassi di che nutrirmi. Non avevo la più pallida idea di come si configurasse il mio caso, di fronte alla legge. Ero colpevole? Staccai una foglia e cercai di mangiarla. Incommestibile. Poi vidi l’inquilina di rimpetto, nel cortile, metter fuori una scodella di cibo per gatti, per il suo gatto. Striscia fuori dal cespuglio e mi diressi, quatto quatto, verso quella scodella, all’erta ad ogni minimo rumore. Era il cibo più schifoso che mai avessi assaggiato, ma c’era poco da fare lo schizzinoso. Ne mangiai quanto più potevo: il sapore della morte è anche peggiore. Poi tornai nel cespuglio e mi nascosi nel folto.
E eccomi là, alto 6 pollici, come Rimedio al Sovraffollamento Demografico, infrattato in un cespuglio, con la pancia piena di cibo per gatti.
Non vi voglio annoiare con tanti dettagli. Eran continue fughe da cani, da gatti, da topi. Mi sentivo ricrescere a poco a poco. Alla fine portarono via il cadavere di Sarah. Rientrai in casa, ma ero ancora troppo basso per aprire lo sportello del frigo.
Un giorno il gatto mi sorprese a rubargli il mangiare e a momenti mi sbranava. Bisognava cambiar aria.
Ero, adesso, alto quasi dieci pollici. E seguitavo a crescere. Riuscivo già a metter paura ai piccioni. Quando metti paura ai piccioni è segno che sei a buon punto. Così un giorno mi avventurai per la strada, tenendomi al riparo come meglio potevo, nei punti più in ombra, fra le siepi e così via. Così, correndo e nascondendomi, arrivai al supermercato. Qui mi rimpiattai sotto il chiosco di giornali accanto all’ingresso. Appena la porta automatica s’aprì per lasciar entrare una massaia, io sgattaiolai dentro appresso a lei. Uno degli inservienti girò di scatto la testa, mentre io schizzavo dentro dietro la massaia.
“Ehi, che diavolo è quello?”
“Cosa?” domandò un cliente
“M’era parso di vedere qualcosa,” disse l’addetto. “Mi sarò sbagliato, lo spero.”
Riuscii a infilarmi, senza essere visto, nel salone, e qui trovai rifugio dietro certi scatoloni di pomodori pelati. Appena notte uscii dal mio nascondiglio e mi feci una bella mangiata: sottaceti, prosciutto, gallette di segala, patatine fritte e birra. Divenne il mio tran-tran: tutto il giorno mi tenevo ben nascosto, la notte uscivo fuori e banchettavo. Siccome ero in crescita, nascondersi si faceva sempre più difficile. Ogni sera il direttore chiudeva l’incasso della giornata in cassaforte. Era lui l’ultimo ad andarsene. Io osservavo attentamente le sue mosse, quando formava la combinazione. Provavo a calcolare: 7 a desta, 6 a sinistra, 4 a destra, 6 a sinistra, 3 a destra… aperta. Ogni sera andavo lì e facevo un tentativo con quei numeri. Mi toccava salire su un piedistallo di scatoloni per arrivare fino alla manopola. Non l’imbroccavo mai, ma seguitavo a tentare. Ogni sera tentavo di nuovo. Intanto crescevo rapidamente. Ero arrivato a misurare ormai una novantina di centrimetri. C’era anche un reparto di abbigliamento, e mi toccava passare a misure via via più grandi. Il problema del sovraffollamento rispuntava. Alla fine una sera la cassaforte si aprì. Mi appropria di 23 mila dollari in contanti. Dev’essere che si era alla vigilia di un versamento in banca. Presi la chiave di cui si serviva il direttore, per uscire senza far scattare l’allarme. Mi allontanai di lì e. al Sunset Motel, affittai una stanza. Pagai una settimana anticipata. Alla padrona dissi che lavoravo nel cinema, come nano. Lei si mostrò solo annoiata.
“Niente tivù, niente rumori molesti dopo le dieci di sera. E’ la regola, qui.”
Prese i soldi, mi spiccò una ricevuta, chiuse la porta. La mia stanza era la 103, così diceva la chiave. Non ero neanche andato a vederla prima. Camminando lentamente, passai oltre le porte 98, 99, 100, 101… e scorgevo in lontananza, verso nord, le colline di Hollywood, e più oltre le montagne, mentre la gran luce fulgente del Signore pioveva su di me, che crescevo.


 


   (Henry Charles Bukowski)

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One thought on “

  1. Sei pollici è uno dei racconti più belli del vecchio Hank (di cui ho letto quansi tutto): mitico ;)Adoro anche Dostoevskij (tutt'altra statura!)…di cui, per ora, ho letto solo lo splendido Delitto e Castigo, ma c'è tempo e i miei 20 anni (intesi come fatti) mi cosano.Ultima cosa, secondo me posti pezzi troppo lunghi…dovresti estrapolare i concetti più intensi e pregnanti altrimenti la voglia di leggere, sia per colpa del tempo sia del denaro speso per stare collegati, passa.Ciao

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