La macchina da fottere
il caldo era bestiale, quella sera. eravamo da Tony. a scopare nemmeno ci pensavi. solo a bere birra ghiacciata. Tony ce n’allungò due boccali, a me e a Indian Mike. Indian Mike cacciò fuori i soldi. lascia che pagasse lui il primo giro. Tony incassò, annoiato, si guardò intorno. cinque o sei altri avventori, a fissare le loro birrette. balordi. così Tony ci si fece vicino, a noi due.
“che c’è di nuovo, Tony?” gli domandai.
“oh, merda,” disse Tony.
“mica ‘na novità.”
“merda,” disse Tony.
“oh, merda,” disse Indian Mike.
bevemmo qualche sorso di birra.
“cosa ne pensi della luna?” domandai a Tony.
“merda,” Tony disse.
“sì,” disse Indian Mike, “uno che è stronzo su ‘sta terra, è stronzo anche sulla luna, nessuna differenza.”
“dicono che probabilmente non c’è vita su Marte,” dissi io.
“e con questo?” domandò Tony.
“oh, merda,” dissi io. “altre due birre.”
Tony ce le spedì, lungo il bancone, poi venne a riscuotere. la cassa tintinnò. lui tornò presso di noi.
“cazzo se è caldo. vorrei tanto essere morto! e non ci pensi più.”
“dov’è che va la gente, dopo morti, Tony, secondo te?”
“merda. chi se ne frega.”
“tu non ci credi all’ Anima Immortale?”
“tutt’un sacco di fregnacce.”
“e il Che Guevara allora? e Giovanna d’Arco? e Billy the Kid? come la metti?”
“un sacco di fregnacce.”
bevemmo le nostre birre, pensandoci su.
“a me,” dissi, “mi scappa da pisciare.”
andai al cesso e lì, manco a dirlo, ci trovai Petey la Civetta.
lo tirai fuori e mi misi a pisciare.
“ma che uccello piccino che ci hai,” mi disse.
“quand’è che piscio o che medito, sì. ma il mio, vedi, è di quelli cosiddetti a crescenza tipo super. quando mi si arma, per ogni pollice che vedi, se ne sviluppano sei.”
“allora vai bene… se non dici una bugia. perché adesso te ne vedo due pollici, sì e no.”
“questa che vedi è solo la cappella.”
“ti do un dollaro se me lo fai ciucciare.”
“mica è tanto.”
“non è solo la cappella che si vede, va’ là. quello è tutto l’affare che ci hai.”
“vaffanculo, Pete, va’.”
“tornerai, quando avrai finito i soldi per la birra.”
me ne andai via di là.
“due altre birre,” ordinai.
Tony eseguì il suo numero, poi tornò.
“si crepa. questo caldo mi fa uscire pazzo,” disse.
“questo caldo ti fa rendere conto di quello che sei,” gli dissi io.
“un momento! vuoi darmi del matto?”
“quasi tutti lo siamo. ma la cosa rimane segreta.”
“e va bene. metti che è vera ‘sta fregnaccia, quanta gente col cervello a posto c’è al mondo? ce n’è qualcuno?”
“pochi.”
“e quanti?”
“per ogni miliardo?”
“di’ su.”
“mah, diciamo un cinque o sei.”
“cinque o sei?” disse Indian Mike. “cazzo santo!”
“senti,” disse Tony, “come lo sai che sono matto, io? e com’è che non ci beccano?”
“ecco, siccome che siamo tutti pazzi, ne rimangono pochi, troppo pochi, per poterci rinchiudere tutti, e così ci lasciano andare in giro, matti come siamo. non possono far altro, pel momento. tempo addietro, pensavo che potevano andare a stabilirsi da qualche altra parte, nello spazio, intanto che ci distruggevamo a vicenda. ma poi mi sono reso conto che i pazzi controllano pure lo spazio.”
“e come lo sai?”
“perché hanno piantato la bandiera americana sulla luna.”
“metti che i russi ci piantavano, sulla luna, la bandiera russa?”
“stessa zuppa,” dissi io.
“tu, allora, sei imparziale?” domandò Tony.
“non faccio parzialità fra i vari tipi di pazzia.”
seguitammo a bere in silenzio. anche Tony si versò da bere. whiskey e acqua. lui poteva. era il padrone del locale.
“tu, allora, sei imparziale?” domandò Tony
“mica balle,” disse Indian Mike.
poi Tony si rimise a parlare.
“a proposito di pazzia,” disse. “roba da pazzi quello che succede, in ‘sto stesso preciso minuto.”
“come no,” dissi io.
“mica dico per modo di dire. dico qui, proprio qui, nel mio locale.”
“ah sì?”
“sì. tanto da matti che, certe volte, mi mette paura.”
“di’ su, Tony, dai racconta,” dissi io, sempre pronto a ascoltar fregnacce.
Tony si sporse anche più vicino.
“c’è uno che ha inventato una macchina per fottere. mica balle. mica come una balla come ne vedi sulle riviste erotiche. mica roba come in quelle reclam. tipo borse d’acqua calda con fregna artificiale di carne macinata, con ricambi, insomma stupidaggini del genere. questo tale ha messo su una cosa seria. uno scienziato tedesco. noi l’abbiamo beccato, voglio dire il governo americano l’ha beccato prima che lo beccassero i russi. mi raccomando, non spargete la voce.”
“sta’ tranquillo, Tony.”
“Von Braschlitz si chiama. il governo voleva che s’occupasse di ROBA SPAZIALE. macché giusto. una mente eccezionale, mica no, senonché lui s’è fissato su ‘sta MACCHINA DA FOTTERE, che vuoi. è convinto di essere una specie d’artista, tante volte si fa chiamare Michelangelo… gli hanno dato una pensione di 500 dollari al mese, tanto per fargli tirare avanti senza andare a finire in manicomio. per un po’ l’hanno tenuto sotto controllo, poi si sono stufati o si sono scordati, ma però l’assegno seguita ad arrivare, e ogni tanto un agente va a trovarlo, parla con lui dieci venti minuti mettiamo, ogni mese, fa un rapporto in cui dice che è ancora matto, e rivà via. così lui bada a girare da una città all’altra, strascinandosi dietro questo grosso baule rosso. alla fine una sera arriva qui da me e attacca a bere. mi racconta ch’è vecchio ormai, ch’è stanco, che ha bisogno d’un posto tranquillo per i suoi studi. io mica gli do retta. qui ne capita tanti di matti, lo sapete.”
“sì,” dissi io.
“poi, ragazi, s’è ubriacato tanto che, alla fine, m’ha raccontato tutto. ha inventato una donna meccanica che, a scoparla, dà più gusto che qualsiasi cristiana, mai creata nei secoli dei secoli, perdipiù, niente preservativi, né discorsi, né il marchese, né storie, né niente.”
“io, è tutta la vita che la cerco,” gli dissi, “una donna compagna.”
Tony rise.
“ma certo! è il sogno di tutti! io pensavo che fosse sonato, s’intende, senonché una bella sera l’accompagno alla pensione dove alloggia, e lui là tira furi la MACCHINA DA FOTTERE da un baule rosso.”
“allora?”
“come andare in paradiso prima di morire.”
“vuoi che ci provo a indovinare il resto?” chiesi a Tony.
“provaci.”
“Von Braschlitz e la sua MACCHINA DA FOTTERE sono qui da te, di sopra, adesso.”
“hm hm,” disse Tony
“quanto viene?”
“venti a testa.”
“venti dollari per fottere ‘na macchina?”
“il tedesco ha superato il Padreterno, chiunque sia. provare per credere.”
“Petey la Civetta me lo ciuccia per un dollaro.”
“il Civetta sarà un asso, ma non è superiore alle cose create da Dio.”
gli sganciai venti dollari.
“giuro, Tony, che se è una barzelletta, ti sei perso il miglior cliente tuo.”
“come dicevi prima, siamo tutti quanti matti. a te decidere.”
“d’accordo,” dissi,
“ci sto anch’io,” disse Indian Mike, “ecco la grana.”
“io mi becco solo il 50 per cento, mi dovete capire. il resto va a Von Braschlitz. 500 di pensione non è molto, con l’inflazione e le tasse, e Von Braschlitz trinca sgniappa come un matto.”
“cosa aspetti?” dissi io. “i 40 ce li hai in tasca. dov’è questa sublime MACCHINA DA FOTTERE?”
Tony aprì una porticina dietro il bancone.
“passate per di qua. salite su per le scale sul retro. salite su, bussate, dite che vi manda Tony.”
“sulla porta c’è un numero?”
“numero 69”
“manco a dirlo,” dissi io. “che altro?”
“manco a dirlo,” disse Tony. “portatevi le palle.”
trovammo le scale. salimmo su.
“Tony va matto per gli scherzi,” dissi.
percorremmo il corridoio. eccola là: porta n. 69.
bussai.
2ci manda Tony.”
“entrate, accomodatevi, signori.”
ci trovammo davanti a un vecchietto rubizzo, roba da baraccone, un bicchiere di sgnappa in mano, occhiali come culi di bicchieri. proprio come nei film muti. con lui c’era una ragazza, sarà stata lì in visita, una giovane, anche troppo giovincella, delicata ma insieme robusta. costei accavallò le gambe, mettendo in mostra tutta la bottega: ginocchia e cosce fasciate di nailon e un lembo di carne dove le calze finivano, un piccolo lampo di carne bianca. era tutta culo e tette, belle cosce, occhi azzurri ridarelli…
“signori… mia figlia Tania.”
“come?”
“ah, sì, lo so, sono molto… vecchio… ma come c’è il mito del negro col cazzo che non finisce più, così c’è il mito del vecchio tedesco porcaccione che non la smette mai di scopare. voi potete credere quello che vi pare. questa, comunque, è mia figlia Tania.”
“salve, ragazzi,” ci salutò ridendo.
tutti allora guardammo verso la porta su cui c’era un cartello che diceva MAGAZZENO DELLA MACCHINA DA FOTTERE. lui finì di tracannare la sgnappa.
“allora, ragazzi… siete qui per farvi la più bella CHIAVATA che mai, jà?”
“ma papà!” disse Tania, “devi essere sempre così volgare?”
e riaccavallò le gambe, anche più scompostamente, che a momenti me ne venivo.
il professore tracannò un’altra sgnappa, poi s’alzò e andò alla porta con su scritto MAGAZZENO DELLA MACCHINA DA FOTTERE. qui si volse e ci sorrise, poi pian piano aprì la porta. entrò di là e ne uscì spingendo avanti a sé un affare che pareva una lettiga da ospedale a rotella.
NUDA: era un traliccio di metallo, senza rivestimento. il prof. spinse quella trappola dannata fino davanti a noi, poi si mise a canticchiare una canzone, uno schifo di canzone in tedesco. un traliccio di metallo con un buco nel mezzo. il professore pigliò una lattina d’olio e incominciò a versarci lì in quel buco una gran quantità d’olio, sempre canticchiando quella orrenda canzone tedesca. per un pezzo seguitò a versare l’olio poi si girò verso di noi e disse: “bella, jà?” quindi riprese a pompar dentro l’olio. Indian MIke mi guardò, tentò di ridere, e mi fece: “mannaggia… mi sa tanto che ci hanno fregati un’altra volta.”
“eh già,” dissi, “fossero pure cent’anni che non chiavo, ma mi faccio una sega piuttosto che ficcare l’uccello in quel ferrame.”
Von Braschlitz scoppiò a ridere, andò a aprire un armadietto, prese un’altra bottiglia di sgnappa, se ne versò un bel gotto, si sedette, ci guardò.
“quando in Germania ci rendemmo conto che la guerra era persa, e la rete cominciava a restringersi -finché si chiuderà con la battaglia di Berlino- ci rendemmo anche conto che la lotta avrebbe preso una nuova forma: sì, la guerra divenne, essenzialmente, una gara a chi su acchiappava più scienziati tedeschi, fra russi e americani. chi ne beccava di più arrivava per primo sulla luna, per primo su Marte… per primo dappertutto. bah, non so come la gara si è risolta, veramente… sia per numero o sia in termini di energia cerebrale scientifica. so solo che da me ci arrivarono per primi gli americani, mi agguantarono, mi portarono via in automobile, mi offrirono da bere, mi puntarono una pistola alla tempia, mi fecero promesse, discorsi da pazzi, io firmai tutto…”
“bene,” dissi, “questo per quanto riguarda la cronaca. ma io insisto che l’uccello non lo ficco, il mio povero uccellino, dentro quella congerie di ferraglia o quel che è! doveva essere matto da legare, Hitler, per allevare uno come lei. vorrei tanto che fossero arrivati prima i russi, da lei. voglio indietro i miei 20 dollari.”
Von Braschlitz scoppiò a ridere. “ah ah ah… era solo un mio piccolo scherzo, nein? ah ah ah ah!”
rimise quell’ammasso di ferrivecchi dentro lo sgabuzzino. chiuse la porta. “oh, ah ah ah!” si versò un’altra sgnappa.
la tracannò d’un fiato. era una spugna. “signori miei, io non sono soltanto un inventore, sono anche un artista. la mia MACCHINA DA FOTTERE è in realtà mia figlia Tania…”
“un altro dei suoi piccoli scherzi, Von?” feci io.
“macché scherzo! Tania, va’ a sederti sulle ginocchia del signore.”
Tania rise, si alzò, venne oltre e si sedette sulle mie ginocchia. una MACCHINA DA FOTTERE? non potevo crederci! la sua pelle era pelle, fino a prova contraria, e la lingua, con cui cominciò a succhiellarmi in bocca, mica era una lingua meccanica: ogni guizzo era diverso dagli altri, in risposta alle mie linguate.
mi diedi subito da fare, a strapparle via la blusa dalle tette, a sfilarle le mutande, arrapato come non ero più da anni, e poi dopo l’abbracciai, così in piedi. insomma, c’eravamo alzati in piedi, e in piedi così me la pappai. le afondavo le dita fra i biondi capelli, ripiegandole la testa all’indietro, le allargavo le chiappe e il bucetto del culo, e dai a stantuffare, finché se ne venne: la sentivo spasimare, e anch’io sborrai!
la più bella scopata che mi fossi mai fatto!
Tania andò nella stanza da bagno, si pulì e si fece la doccia, si rivestì: per Indian MIke, mi dissi.
“la più grande invenzione dell’uomo,” disse, serio serio, Von Braschlitz.
e aveva ragione.
poi Tania ritornò e venne a sedersi sulle MIE ginocchia.
“NO TANIA, NO! ADESSO TOCCA ALL’ALTRO SIGNORE! QUELLO LI’ L’HAI APPENA SCOPATO!”
lei parve non averlo neanche sentito. e era strano, anche per una MACCHINA DA FOTTERE, perché io, veramente, non è che sia mai stato questo gran chiavatore.
“mi ami?” mi domandò.
“sì.”
“io ti amo. sono così felice, e… veramente non dovrei essere viva.lo sai questo, o non lo sai?”
“ti amo, Tania. questo è tutto quel che so.”
“god damn it!” imprecò il vecchio. “questa MACCHINA DA FOTTERE del cazzo!” e andò a prendere una cassetta verniciata, che c’era su stampigliata la parola TANIA su un lato. ne uscivano fuori dei fili elettrici, arruffati, c’erano quadranti,lancette che oscillavano, lampadine multicolori che lampeggiavano, maniglie, manometri, ticchettii… quel Von B. era il più pazzo ruffiano che avessi mai visto. si mise a armeggiare coi pulsanti, poi guardò Tania:
“25 ANNI! buona parte della vita ci ho perso, dietro a costruirti! ti ho persino dovuta nascondere da HITLER! e adesso… cerchi di trasformarti in una semplice, comunissima puttana!”
“non ho 25 anni,” disse Tania, “ne ho 24.”
“la vedete? la sentite? proprio come una troia qualunque!”
tornò ai suoi manometri.
“ti sei data un rossetto un po’ diverso,” dissi a Tania.
“ti piace?”
“oh, sì!”
si mise a baciarmi.
Von B. seguitava a trafficare coi quadranti. lo sentivo, che avrebbe vinto lui.
si rivolse a Indian MIke. “solo un piccolo guasto meccanico. fidati di me. lo riparo in un minuto, jà?”
“lo spero,” disse Indian Mike, “ci ho 14 pollici di ciccia qui in attesa, e sono fuori di 20 dollari.”
“ti amo,” mi disse Tania, “e non voglio scopare nessun uomo all’infuori di te. se non posso avere te, non voglio nessuno.”
“ti perdonerò, Tania, qualunque cosa farai.”
il prof stava incazzandosi. badava a maneggiare quelle manopole ma non succedeva un tubo. “TANIA! adesso è ora che tu SCOPI con quest’ ALTRO signore! sono… stanco… mi ci vuole un po’ di sgnappa… voglio andare a dormire… Tania…”
“ah!” disse Tania, “brutto vecchio zozzone! tu e la tua sgnappa, che dopo tutta notte mi t’attacchi alle tettine, che non posso nemmeno dormire! e che neanche ti si indrizza più come si deve! fai schifo!”
“was?”
“ho detto che NON TI S’INDRIZZA PIU’ come si deve!”
“questa, Tania, me la paghi!tu sei una mia creazione, non io la tua!”
seguitava a girare le manopole. era con la macchina che era incazzato, e la rabbia gli dava, in qualche modo, un nonsoché di luminoso e vitale che lo trasfigurava. “aspetta Mike, abbi pazienza. devo solo aggiustare un tantino la parte elettronica, aspetta! è andata in corto! ho trovato il guasto.”
poi si raddrizzò. e dire che i nostri l’avevano salvato dai russi!
guardò Indian Mike. “adesso è a posto. la macchina funziona. buon divertimento.”
andò a prendere la bottiglia di sgnappa, si versò un altro bel gotto, si sedette a guardare.
Tania s’allontanò da me e andò da Indian Mike. li guardai abbracciarsi.
Tania aprì la patta a Mike, gli tirò fuori l’arnese, e che razza di arnese che aveva! lui diceva 14 pollici, ma saran stati una ventina, buoni.
Tania prese con tutte e due le mani l’uccellaccio di Mike.
Mike in gloria gemeva.
lei allora gli schiantò via l’uccello, glielo stroncò dal corpo, e poi lo buttò via.
lo vidi ruzzolare sul tappeto come un salcicciotto matto, buttando un po’ di sangue appena appena, tristemente. rotolò fin contro al muro. là restò, come qualcosa con la testa ma senza le gambe, né saper dove andare… il che era proprio vero.
eppoi ecco le PALLE che volano, pesanti, descrivendo una sbilenca traiettoria. atterrarono al centro del tappeto e non sapevano far altro che sanguinare.
e così sanguinavano
Von Braschlitz, pomo della discordia fra russi e americani, guardò di brutto quel che restava di Indian Mike, il mio vecchio compagno di bevute, in un lago di sangue lì per terra, che gli usciva uno zampillo dall’ addome… poi Von B. infilò la porta, corse giù per le scale.
la stanza 69 ne aveva viste tante, tranne una roba simile.
allora dissi a Tania: “Tania, la pula sarà qui tra poco. vogliamo dedicare il numero di questa stanza al nostro amore?”
“senz’altro amore mio.”
lo facemmo, giusto in tempo, poi la pula arrivò.
un esperto dichiarò che Indian Mike era morto. e poiché Von B. era un prodotto, per così dire, del governo usa, arrivarono un sacco di persone insieme a lui -svariati funzionari della malora- pompieri, giornalisti, sbirri, la CIA, l’ FBI, e vari altri esponenti della merda umana.
Tania venne oltre e si sedette sulle mie ginocchia. “adesso a me m’ammazzano, ma ti prego non essere triste.”
non le risposi.
poi Von Braschlitz si mise a urlare, indicando Tania: “VI ASSICURO, SIGNORI, CHE COSTEI NON PUO’ NUTRIRE SENTIMENTI! e dire che L’HO SALVATA DA HITLER, a ‘sta maledetta! ve l’assicuro, non è altro che una MACCHINA!”
quelli stavano là, a guardare. nessuno credeva a Von B.
era semplicemente la più bella macchina, e cosiddetta donna, che avessero mai visto.
“oh pezzi d’idioti! ogni donna è una macchina da fottere, lo capite questo o no? si danno al miglior offerente! L’AMORE NON ESISTE! E’UN MIRAGGIO, E’UNA FAVOLA, COME IL NATALE!”
quelli non gli credevano, però.
“QUESTA è solo una macchina! non abbiate PAURA! guardate!”
Von Braschlitz afferrò Tania per un braccio.
glielo stroncò, glielo staccò dal corpo.
e dentro -dentro il buco nella spalla- si vedeva chiaramente -non c’era altro che fili e valvole- rocchetti e tubicini -più un tantino d’una certa sostanza che vagamente somigliava al sangue.
Tania stava là in piedi con quei ciuffi di fili che le spuntavano dalla spalla, dove prima aveva il braccio. mi guardò: “ti prego, vale anche per me. prima, quando t’ho chiesto di non essere triste…”
le saltarono addosso, cominciarono a sventrare, a stuprare, a lacerare.
io guardavo ma non potei resistere, chinai la testa e mi misi a piangere…
oltre tutto, Indian Mike ci aveva rimesso 20 dollari.


trascorsero alcuni mesi. non tornai più a quel bar, ci fu un processo ma il governo scagionò Von B. e la sua macchina. mi trasferii in un’ altra cittò. molto lontano. e un giorno, dal barbiere, mi capitò fra le mani una di queste riviste porno. e lessi questo annuncio: “Gonfiatela da voi, la vostra bambola. $29,95. tutta in gomma resistente, fatta apposta per durare! catene e scudisci inclusi nel prezzo. un bikini, reggiseno, mutande. 2 parrucche, un rossetto e un vasetto di balsamo d’amore: tutto compreso. Von Braschlitz & C.”
gli mandai un vaglia. fermo posta nel Massachussetts. anche lui aveva cambiato aria.
il pacco mi arrivò dopo 3 settimane. l’aprii e ci rimasi male, non avevo una pompa da bicicletta e, siccome non vedevo l’ora, corsi subito dal benzinaio lì all’angolo.
man mano che si gonviava, andava meglio. gran tette. gran culo.
“ma che è ‘sta roba, amico?” mi chiese il benzinaio.
“senti, bello, t’ho chiesto solo un po’ d’aria in prestito. sono un cliente, no? compro qui la venzina, sì o no?”
“e va bene, e va bene. pigliati pure l’aria. ma solo non capisco una madonna…”
“e a te che te ne frega?” dissi io.
“GESU’! guarda che TETTE!”
“lo vedo, stronzo!”
lo lasciai lì con la lingua penzoloni, mi caricai la pupa sulle spalle, tornai a casa mia. la portai in camera. ora restava una grossa incognita. le allargai le gambe e controllai gli orifizi. Von B. non s’era scordato niente.
le montai sopra e mi misi a baciare quella bocca di caucciù. ogni tanto m’attaccavo a una tetta e la ciucciavo. le avevo messo una parrucca gialla e m’ero spalmato l’unguento d’amore sull’uccello. nel vasetto ce n’era per un anno.
la baciai con passione dietro le orecchie, le ficcai un dito in culo, e badavo a stantuffare. poi saltai giù, le incatenai le mani dietro la schiena, la catena era completa di lucchetto, e poi presi a scudisciarla ben bene con la sferza.
dio, pensavo, ho da essere matto.
poi la ribaltai e glielo misi in corpo. pompavo e pompavo. francamente, era alquanto noioso. ecco -m’immaginavo- un cane che si fotte una gattina, m’immaginavo due che si scopavano precipitando da un grattacielo. m’immaginavo una patacca enorme che era come una piovra e che strisciava verso di me, bagnata, che puzzava e che smaniava e che voleva l’orgasmo del piacere, ripassavo in rassegna mentalmente tutte le cosce, tutte le patonze, le mutande, le zinne che avevo viste. il caucciù sudava. io sudavo.
“ti amo, ti amo tanto!” le sussurravo in un orecchio di gomma.
detesto confessarlo, ma alla fine me ne venni dentro quella schifosa massa di caucciù. non era un’altra Tania, no, affatto.
presi una lametta e la feci a brandelli. la buttai nella monnezza. quanti uomini, in America, compravano quelle stupide cose?
oppure basta che cammini una decina di minuti per una qualsiasi strada di città americana, e ne incontri un centinaio, di macchine da fottere: solo che quelle fanno finta di essere umane.
povero Indian Mike. con quel cazzomorto da 20 pollici. tutti i poveri Indian Mike. tutti i poveri astronauti. tutte le puttane del Vietnam e di Washington.
povera Tania, il suo ventre era un ventre di troia. le sue vene, le vene di una cagna. raramente pisciava e cagava, lei aveva soltanto da scopare -cuore, voce e lingua presi in prestito da altri- a quell’epoca c’erano stati, si diceva, solo 17 trapianti di organi. Von B. era molto, molto più avanti.
povera Tania, che mangiava appena appena: perlopiù formaggio a buon mercato e uva passa. non sognava, lei, il denaro e la roba o un’auto fuoriserie o una casa superlusso. non aveva mai letto i giornali. non sognava la tivù a colori, non desiderava bei vestiti, cappellini, stivaletti, chiacchierare al mercato con altre idiote massaie; né aveva mai sognato per marito un medico, un banchiere, un deputato, un poliziotto.
per un pezzo il benzinaio ha badato a domandarmi: “che fine ha fatto quell’affare che un giorno sei venuto a gonfiare da me con la pompa?”
ora però non me lo chiede più. vado da un’altra parte a far benzina. non vado più neanche a tagliarmi i capelli da quel barbiere dove lessi l’annuncio di Von Braschlitz. sto cercando di scordare ogni cosa.
voi cosa fareste?


Henry Charles Bukowski

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