Che ci fanno i Beatles sotto il mare che non ha memoria?

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L’acqua gli stava riempiendo i polmoni.

Lo scheletro di Gianluca lo guardava boccheggiare, lo guardava dal vuoto delle sue orbite e restava muto a godersi quella vendetta.

Stava morendo e lo sapeva. Se si fosse concentrato avrebbe pure visto in anteprima i titoli dei giornali di domani. Avrebbero detto che s’era suicidato, avrebbero sputato fango sulla sua famiglia e avrebbero iniziato a scavare e, scavando scavando, avrebbero sicuramente trovato qualcosa.
I giornalisti non erano tanto diversi dal suo vecchio cane, Dike scavava e appena trovava una preda gliela portava scodinzolando felice anche se era un grosso topaccio di fogna gonfio di morte.
Ai giornalisti non importava se la loro preda era un fagiano o un topaccio, avrebbero sempre scodinzolato felici schiaffandola sul tavolo del loro caporedattore.

Il pesce palla incominciò a rosicchiargli i vestiti, dodici minuti dopo Stefano si ritrovò nudo con le palle che ondeggiavano sbatacchiate dalle onde della notte. Gianluca iniziò a ridere e rise tanto che la mascella gli si spaccò. Se l’aggiustò e chiamò il pesce sega.

Il PESCE SEGA era il terrore dei sette mari, sempre pronto a spipellarti il pistolino sino a quando non ti diventava nero. Ti masturbava tanto che ti dolevano le palle sino all’epifania e poi, con il seghetto che s’era fatto impiantare nel naso, ti tagliava l’uccello. Te lo strappava via e se l’annodava alla sua collezione di prepuzi.

Gianluca l’aveva conosciuto in chat, il suo nick era “il solitario”. Erano diventati subito amici. Si malignava però che il pesce sega era triste perché non aveva potuto aggiungere il prepuzio di Gianluca alla sua collezione. Lo scheletro allora s’era messo a meditare e aveva stretto un patto con il solitario. Gli avrebbe procurato un prepuzio di prima qualità e quella sarebbe stata la sua vendetta.

Stefano continuava ad eiaculare ma non avrebbe resistito a lungo e allora si fece venire in testa i pensieri più casti che poteva pensare. Faticò a scacciare dalla testa tutte quelle porcone tettute che usava come muse ispiratrici ma la fatica fu ripagata. Pensò a tutte le cozze della sua vita, quelle con i baffoni più neri del sergente Garcia, quelle con la fica all’aroma di cane, quelle che avevano le tette al posto delle ginocchia. Le pensò e vide la sua erezione impallidire, vacillare e infine suonare la tragica ritirata.
Il pesce sega si ritrovò tra le pinne qualcosa di molle che sembrava una lumaca viscida, era così morbida che il seghetto non riusciva a troncarla.

Gianluca si stava incazzando e decise l’irreparabile. Dagli abissi richiamò le sirene ammaliatrici e finalmente il suo vecchio amico capì perché certe passere puzzano di pesce.
Le sirene incominciarono a schiaffargli in faccia le loro tette e gli solleticavano l’uccello con le squame di madreperla. Stefano resistette alle tette riempiendosi le narici di quelle poppe che sapevano di mare. Parlavano un’altra lingua però sapevano amare. Stefano s’addormentò e si vide Ulisse davanti le pupille che gli sventolava il biscione sotto il naso.
Era così grosso che gli s’era fatto tatuare tutto il mappamondo a 1 a 100. Invidiò il re d’Itaca e svicolò via verso il baratro senza fondo.

Che il biscione sia con te!
Ulisse gli offrì un passaggio e lui cavalcò, schifiato da tutto l’Oceano, il gigantesco pinnolone. Meglio lasciarsi andare che trovare la morte tra le tette delle sirene. Lo sconforto stava per annientarlo quando vide tra le alghe il sottomarino giallo. Un raggio di speranza lo trafisse e si ritrovò a ridere cavalcando quella specie di sequoia scappellata. John, Paul, George e Ringo avevano le risposte.

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