Nel cimitero tornano i ricordi e cigolando si arriva al Black Hole. Il mare non ha memoria, i fantasmi sì. Due capitoli domenicali con la conclusione sempre più vicina… Qualche scena è pesantuccia, quindi se siete suscettibili, evitate…

(7)
Aveva solo sognato. Poteva succedere con quel casino di colpi di scena, non esisteva un pub come quello, nessun buco nero dove si radunavano le anime ignorate.
La colazione la saltò e passò la mattina in bagno. Voleva trovare una risposta nel riflesso che gli regalava lo specchio.
Aveva in tasca una moneta gialla, la scaldò al sole e se la rimise in tasca.
Sognò una lumaca e un cane e pianse. Pianse per Gianluca, per suo padre, per i suoi dischi, per lui stesso. Pianse e si ritrovò solo, seduto sulla tavolozza con l’anima sporca di schiuma da barba alla menta piperita.
Il cesso era il suo trono ideale, lì gli sgorgavano i migliori pensieri della giornata, bastava svegliarli con una sigaretta ma le aveva finite e allora si ritrovò infreddolito a ricordare il sangue che cadeva sul parquet della sua stanza quando aveva rotto il naso di Gianluca e si lasciò scivolare insieme a quel sangue. Scivolò senza ancore di pece, sottovoce vide orologi dilatarsi e volare e stendersi leggeri su alberi. Si trovò tra gli orologi di Dalì e vide la faccia di Kafka che piangeva. Vide piangere il piccolo Franz, nudo e esile accanto al corpo massiccio del padre. Vide volare aquiloni e non riuscì ad afferrarli e si trovò la bocca amara d’aringa a ricordare conversazioni con sua madre.
I pensieri galleggiarono insieme a vecchi stracci di carta igienica. Tirò la catenella e li guardò scomparire in quella fogna che ancora lo aspettava.

Le esche le aveva ma non erano buone, il mare quella mattina non gli regalò nessun’emozione.
Agostino dormiva in una cripta, era un uomo delle tenebre, lasciava gli affanni alla gente della luce.
Faceva il postino ma s’era stancato di portare lettere tristi e allora aveva seriamente meditato e aveva deciso di passare al setaccio tutte le buste e scartare quelle malvagie. Sarebbero rimaste solo quelle felici e lui sarebbe passato alla storia come il postino della felicità. Perse il posto e pure qualche rotella e scappò per molti anni, perseguitato si rifugiò in mezzo ai morti e lì trovò un nuovo lavoro. Aveva perso tempo a consolare i vivi.
Nel suo cimitero tutti i lumini erano sempre accesi, tutti i fiori sempre freschi e le lapidi lucide e brillanti e nemmeno uno stelo d’erba fuori posto.
Dante gli leggeva qualche pagina ma la Divina Commedia lo metteva a disagio e allora decise di smettere, restò solo Kafka a tenergli compagnia.
Gli raccontava le sue storie e lui l’ascoltava. La porta della legge, i sogni agitati dello scarafaggio, il processo che ti succhiava l’anima senza chiederti nulla.
Un giorno era arrivato pure un medico e lui l’aveva fatto rimanere perché beveva. Anche lui s’era lasciato per troppo tempo cullare dalla bottiglia e se ne vergognava e allora aveva iniziato a bere per dimenticare d’aver vergogna di bere.
Aveva raccontato la sua storia solo ad un aviatore, quello l’aveva fatta diventare un libro che ancora faceva piangere e sognare.

Era contento che tutti avessero ancora voglia di sognare.
 
(8)
Non aveva mai visto quello sguardo negli occhi di sua madre, sapeva qualcosa. La solita vecchia storia.
Non mi drogo, non sono alcolizzato
Bastava poco per farla tranquilla, soffriva pure lei. Rivedeva i capelli lunghi sino alle spalle, la bandiera americana e i fiorellini sul cofano della vecchia renò. Il passato aveva voglia di ritornare, i ricordi lievitavano e il fuoco dell’inferno era caldo abbastanza.
Stefano stava tessendo la sua tela, poco per volta, senza premura. La giacca di pelle gli stava ancora bene. Non la toglieva mai in quegli anni, la usava come coperta, come materasso, come scrigno per i suoi tesori più preziosi.
La indossò e sentì il peso della memoria, aveva cercato di infilare troppa naftalina tra le pagine di vecchi diari.
Il tatuaggio era ancora al suo posto.

– Forse dovresti cercarla. – sua madre non gli disse nient’altro, aveva avuto la risposta che cercava.
Cercala nel tuo cuore…
Stefano doveva trovare qualcosa, almeno una spilla cui appoggiarsi, una sola da appuntare sul petto della luna di notte.
La luna è strana stasera, sembra che sappia già tutto.
Il sangue non si lava facilmente, lo pensi mentre continui a strofinarti le mani.
Cose che già sai ti scelgono come bersaglio. Stanno giocando con la tua testa. Gli sbirri sanno già tutto, ti porteranno via in catene e ti faranno sedere su quella sedia, ti metteranno un caschetto con tanti piccoli elettrodi e ti manderanno in fumo la carriera.

Gli scheletri ricominciano a ballare e sei di nuovo in quel pub che c’è solo nella tua testa.
Stavolta scegli di sederti più vicino al pianoforte. Vuoi sentire la musica dentro la testa. Suonala ancora, Sam!
Le sigarette lasciale a Bogart, devi ricordare.
Kafka è malinconico, un altro matrimonio andato a puttane e lui che si danna sui suoi inutili romanzi.
Entrano sbattendo la porta, i poliziotti sembrano non conoscere l’educazione.
Entrano e ti guardano come se avessi crocefisso Gesù Cristo.
Entrano e tu guardi i loro occhi di calamari.
Ti prendono con violenza, le loro mani scivolano sulle tue palle e le prime scariche ti friggono i gingilli di famiglia. Addio barattoli di scorta.
Hanno pure le supposte della verità e te ne cacciano almeno una dozzina su per il culo e tu vuoi svenire ma sei ancora sveglio e devi parlare.
Tutta quella notte ti riesplode in testa come tanti chicchi di pop corn, scoppietta tra le orecchie e un’altra supposta ti fa sanguinare le chiappe. 
 
Ricordi come piangeva Gianluca? Ricordi la lametta e la tazzina in cui avevi conservato le sue palle? Hai ucciso il tuo migliore amico, l’hai ucciso e l’hai torturato mentre Valentina si faceva un bel ditalino nel sedile posteriore della Renò. E dopo che hai finito avete fatto sesso sopra il suo cadavere, avete bevuto il suo sangue…
Hai giocato con il suo corpo martoriato e lui che ti scongiurava d’ascoltarlo ma non poteva più parlare mentre la lametta gli segava via la lingua e ridevi piangendo e leccavi il sangue che scivolava sul tavolo di marmo della tua casa di campagna. Fumavi una marlboro e la massa informe s’agitava sul tavolo come una gigantesca larva di mosca.
Su quel tavolo dove avevate mangiato assieme, dove avevate giocato a carte, dove avevate fatto braccio di ferro…
Avevi finito di stantuffare Valentina e l’avevi cacciata via, via come una cagna dopo averla obbligata ad inghiottire le palle di Gianluca e poi t’eri fatto fare una pompa da manuale. E Gianluca ti guardava con i suoi occhi da scarafaggio, i suoi occhi morti ti guardavano mentre te ne venivi dentro la sua bocca, ti guardavano e ti condannavano.
L’avevi scuoiato manco fosse stato un coniglio  e t’eri conservato solo quel pezzo dove spiccava macabro il drago tatuato.
Quello che restava dell’amico con cui avevi diviso i migliori momenti della tua misera esistenza l’avevi dato in pasto al mare, speravi nell’aiuto dei pescicani ma quel corpo continuava a galleggiare…
Valentina rideva, rideva come una iena e continuava a masticare le palle come due olivette del martini e allora tu sei impazzito e semplicemente le hai allargato la passera sino all’ombellico e hai fatto sparire l’arma del delitto in quel vecchio buco puzzolente di pesce. Quel buco nero ti stava annientando.
E hai visto il cadavere spalancare le mascelle e sussurrarti una maledizione… 
 Sarebbe ritornato. Avrebbe avuto la sua vendetta…

 

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One thought on “

  1. …e qua mi sono fatta un altro bel pianto senza lacrime a bocca axta… e proprio mentre ero sull'autobus. Non sapevo quanto mancasse x Gela,ma potevo supporre k gran figura di merda se qalcuno si fosse girato trovandomi in quello stato… Le parole non sono mie, ma i sentimenti comuni. La dedico a te. Ti abbraccerò appena torni xkè non ci vediamo da due mesi,e la mancanza la sento forte e sincera. La dedico a te un giorno torneremo molto Memphis e Crostatezza! Baci e Botti

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