Altri due capitoli, inizia il delirio… Buon W-E


(5) 
Lo specchio dell’ingresso ti riflette. Resta seduto lì, espressivo come una caciotta fetecchia.
La filastrocca di sua madre gli ronza nelle orecchie ma Yesterday ha sempre la meglio. Ciappa il cd, il tuo vecchio IBM lo assaggia e le note lievitano dentro e fuori il borgo. Slaccia la cintura, resti lì con i boxer di Snoopy e lasciali cantare…


Yesterday, all my troubles seemed so far away
Now it looks as though they’re here to stay
Oh, I believe in yesterday.
Suddenly, I’m not half to man I used to be,
There’s a shadow hanging over me.
Oh, yesterday came suddenly.
Why she had to go I don’t know she woldn’t say.
I said something wrong, now I long for yesterday.
Yesterday, love was such an easy game to play.
Now I need a place to hide away.
Oh, I believe in yesterday.


L’amore per te non è mai stato un gioco, tutte le tue storie ti accompagnano, non hai mai avuto un invito doppio, niente legami, niente cinghie, niente manette. Libero come l’aria. Credi veramente nel destino, sei solo una piuma sballonzolata dal vento triste della sera. Riesci ad essere malinconico pure quando sei felice e ti sei stufato di tornare indietro. Non calpesti mai le tue vecchie orme, pensi che sia una cosa da falliti esistenzialisti e idealisti. Per te è giunto il momento di tramontare, niente riflettori per te, solo vecchi stoppini stanchi d’illuminarti le occhiaie…  


Si svegliò e vide sua madre. La vide invecchiata, triste e sola.
Smise di pensare e sorrise, sorrise anche lei.


Mangiarono parole e lacrime, la pasta la lasciarono sola soletta nei piatti a far la scarpetta nel suo stesso sugo. 
– Papà non riusciva a capirti, non ti ho mai capito neanch’io troppo bene. Andavi bene a scuola, t’eri beccato il massimo ma poi all’università stavi mandando all’aria i tuoi stessi sacrifici. Alla festa del tuo diploma mancavi solo tu e Gianluca ci raccontò tutto. Valentina stava solo cercando di farlo rianimare con la respirazione bocca a bocca, doveva andare a lavorare come baby sitter e doveva essere in grado di farla. Tu eri andato via e assolutamente non volevi aiutarla, tu stesso hai chiesto a Gianluca di farlo ma l’hai dimenticato e siete passati a scazzottarvi come due birbe. Erano gli anni settanta, faceva tutto il tuo pisello. Gianluca era il tuo migliore amico!-
– Il corso d’infermiera! L’avevo iscritta io! Dovevo aiutarla a provare quelle maledette tecniche per i casi estremi …-


Gianluca era morto.
Uscì dalla casa, sotto la pioggia. Ombrelli capaci di ripararlo non n’avevano ancora inventato e lui si ritrovò solo, fradicio, infreddolito ad aspettare un’altra notte al cimitero.


Il cancello cigolava e Agostino lo aspettava, nel silenzio solo la sua pipa continuava a vivere.
 
(6)
La luce del sole lo trovò, quel bastardo lo trovava sempre. I suoi capelli puzzavano di gramigna, paura e morte. Stavolta non vomitò, si toccò solo la guancia e la trovò sporca di barba.
Il treno era partito, l’aveva portato lontano da quella maledetta Bagheria, lei con i suoi tarli, era solo un’attrice che aveva scordato il sipario nell’altro copione, solo un consiglio che non aveva chiesto. Tutta la sua fuga era come una merda di cane. Capita. Shit happens, lo sapeva lui, lo sapeva pure Forrest Gump. Quello s’era alzato na mattina e senza trampolini s’era tuffato nella vita. Aveva pescato gamberi, giocato a ping pong, salvato l’America e un giorno gli viene in mente di correre. Le nike ai piedi e via, senza troppi scrupoli. E lui che stava ancora imbambolato davanti a quel vecchio campanello con il cuore che suonava la batteria.
Una volta aveva scritto con rabbia un centinaio di poesie, senza troppa attenzione alla metrica, così come gli sgorgavano sulla tastiera.
Aveva paragonato i suoi occhi a due delfini innamorati e lui sognava e si rituffava con lei, si tuffava e riemergeva con gli occhi piantati dentro i suoi.
Spacciava lamette per via di fuga e seguiva sconnessi sentieri dorati senza avere idea di che fosse la città di Smeraldo.
Il campanello gracchiò il suo vecchio e stonato Din Don.
L’ultima volta che l’aveva fatto era stato un martedì di pioggia, lei era scesa con il maglione al contrario e non era voluta salire sulla sua Renò. Ricordava che aveva perso la testa per lei, fuso e stracotto con gli occhi a forma di cuoricino. Diceva d’abitare nella casa delle sensazioni e lui le aveva creduto.
Una domenica s’erano incazzati contro futili incompren-sioni, lei aveva detto addio e lui aveva accelerato senza guardare lo specchietto retrovisore, dopo soli quindici minuti era tornato con la marmitta tra le gambe. Alla fine mi stuferò di tornare…
S’era davvero stufato e quello era stata l’ultima volta. Martedì pioveva e la loro coppia bizzarra era scoppiata. Senza fronzoli inutili, com’era iniziata.
Lui non voleva la sua amicizia.


La prossima la sceglierò paralitica, così va dove decido io per lei.
Le potevo spezzare le gambe e invece mi sono fidato, mi sono illuso col mio cuore di terrone e sono rimasto a casa ad arrostire crasto sulla graticola. Se nasco un’altra volta…


Continuava a lasciare svicolare i suoi pensieri lungo binari morti, lontano dai treni. Aveva pure le allucinazioni, il fantasma di John Lennon era accanto a lui. Con gli occhialetti tondi e i capelli lunghi. E gli sussurrava dentro le trombe d’Eustachio… All you need is love.  
Pure Siddharta l’aveva capito, l’unica risposta alle nostre infinite domande è l’amore, ma l’amore ti fa diventare vulnerabile. Tu voli distratto come un moscerino, scansi gli ostacoli ma sai già che andrai a spiaccicarti contro qualche parabrezza, quello è il tuo destino e ora prova a credere davvero che sei solo il frutto di una notte d’amore. Meglio di ricordarti che sei solo figlio di un preservativo rotto.


Stava per impazzire, lo sapeva lui e lui solo. Il mare lo lasciava ai pesci. Era solo lui che doveva entrare in quella fogna e uccidere il suo pagliaccio. It è tornato, l’assassino era stato assassinato lungo un sentiero di sassi e sterpi ma sotto quel letto ci stavano stretti sette spettri a denti stretti. Le filastrocche del balbuziente gli sfrecciavano dentro i neuroni.


###


Entrò in un pub e ordinò il solito. Solo una sambuca da tracannare in un solo sorso. La tracannò e, mentre le corde vocali ardevano, nel silenzio della notte vide l’insegna.
La vide e si sentì ghiacciare le palle nelle mutande.
Era arrivato al black hole.


Il campanello non l’aveva suonato, s’era illuso che Valentina era ancora lì, in quella casa decrepita a marcire aspettando principi azzurri su cavalli obesi.
Le favole lasciale ai bambini che non riescono a dormire, tieniti stretti i tuoi incubi. N’ordinò un’altra alla barista che aveva le tette straripanti e sognò di cantare l’inno nazionale giamaicano. Bob Marley era arrivato e s’andò a sedere al suo solito tavolo.
Tutti i fantasmi del suo passato erano tornati, li aveva richiamati suonando quel campanello. Qualcuno fece cigolare l’insegna, Kafka era in ritardo, s’era perso nei sogni agitati di Gregor Samsa.
Ciao scarafaggio!
All you need is love, love is all you need…
Qualcosa s’era guastato per sempre sotto il cranio.
Forse stava solo guardando treni alla stazione e s’era ricordato come scriveva quello scozzese, Irvine Welsh.


Stava sognando, lo sapeva lui e lo sapeva solo il suo cuscino. Quel cuscino era pieno d’incubi e lui n’aveva assorbito qualcuno e forse qualche altro gli s’era attorcigliato nei capelli.


Si svegliò nel suo letto, al buio riuscì a vedere le quattro cifre che danzavano nel display della radiosveglia. Era solo un incubo ma non riusciva a ricordarselo. Nemmeno il nome del pub. Come un buco nero…
 

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