Beccatevi la seconda e la terza puntata…

(2)
Il cielo di Palermo ha qualcosa di maligno: c’è sempre qualche vecchia e cupa nuvola pronta a nasconderti quel sole malato. Manchi da vent’anni e ti sembra che niente sia cambiato, nessuno quando sei partito e nessuno quando sei ritornato. Nessuno piangeva sventolando fazzoletti bianchi e oggi nessuno che ti aiuti a trascinare quel borsone che hai preparato con troppa fretta.       
Noleggiò una Renò Clio, il vecchio modello e imboccò l’A-19. Bagheria non gli aveva mai offerto niente e ora che tornava gli sembrava ancora più grigia e desolata, tutti quelli che conoscevano erano andati via, avevano preferito lasciare le vecchie coppole a marcire sul balcone insieme alla puzza dei gerani.
Aveva voglia di rivedere il mare, era l’unica cosa che non era riuscito a dimenticare, il suo mare, quel lenzuolo azzurro e verde pronto sempre a perdonare, sempre lì a cullare i nostri sogni annacquando vecchie paranoie sfiorite. Aveva deciso di partire in ogni caso o con un biglietto o accarezzando vecchie lamette. Quella città lo stava stritolando, gli afferrava i testicoli piano piano, iniziava a stringere sino a quando non incominciavi a boccheggiare e ti ritrovavi le palle viola. Voleva salutare solo il mare, fargli vedere che ormai il biglietto era stato obliterato, lanciare la sua cazzuola lontano e vederla affogare tra vecchi ricordi di cemento e mozziconi spolpati di passato. Voleva sedersi su quello scoglio che sembrava il profilo di un rinoceronte e parlare ma aveva avuto paura, temeva che il mare potesse aprire lo sterno e leggere la verità dal suo cuore bruciacchiato.
Era un medico ma non per questo aveva vaccini per tutto, suo padre l’aveva scaraventato giù dalla scala, aveva strapazzato i suoi sogni e a niente era servito il sermone di sua madre. Quella era solo brava a predicare e a giudicare, aveva le sue colpe ma era solo un diciottenne.
Una sola cosa aveva accellerato i tempi, suo padre non aveva più niente a cui aggrapparsi e allora acchiappò tutti i suoi libri e i suoi dischi e fece una bella vampata. Vide accartocciarsi la faccia di John Lennon e i baffoni di Ringo e Farheneit 451, i racconti di Poe, Carrie. Tutti diventarono inutile cenere calda.
Se si concentrava riusciva a ricordare pure le parole che gli aveva sparato dietro.
<<Hitler! Sei solo uno sporco e ottuso fascista, puoi bruciare le cose che amo ma quei libri e quelle canzoni fanno parte di me, non puoi strapparli via dai miei ricordi e non riuscirai mai a farti perdonare, mai!>>
S’era rifugiato da sua zia e solo una settimana dopo era partito scappando via da quei morti viventi.
Il tempo del branco era finito, dei suoi vecchi amici restava solo un piccolo draghetto sulla spalla sinistra. Non li aveva nemmeno salutati. Con loro aveva iniziato a fumare quella merda che gli stava divorando il cervello e i migliori anni della sua vita. Era scappato via ma il drago era sempre lì, pronto a ringhiare di nuovo.

 
(3)
Nel portafoglio aveva solo quattrocento carte, il blocchetto degli assegni e la pagina che aveva strappato dall’agendina. Gli sarebbero bastati.
S’addormentò su quello scoglio e l’ultima cosa che vide furono i granchietti che coraggiosi aspettavano l’alta marea.
Dormì e forse sognò gabbie dorate, vecchie stelle arrugginite, sorrisi di tartarughe e i delfini. Sognò il vecchio Santiago, lo vide lottare contro il gigantesco marlin e uccidere uno dopo l’altro i pesci cani che volevano divorare la sua gigantesca preda. Sognò il vecchio che sognava i leoni.
Vide riaffiorare quel volto, rivide Gianluca, Gianluca che ballava con la sua Valentina, Valentina che baciava Gianluca. Il suo migliore amico gli aveva regalato un bel paio di corna per Natale. Aveva preso tutte le loro promesse, tutti i momenti più belli e li aveva scagliati nella tazza del cesso. Li aveva spinti bene al fondo, lavorando duro con il vecchio spazzolone spampanato.
Avrebbe fatto qualsiasi cosa per lui e lui gli aveva fregato la ragazza, la bastardata più ignobile. Non potevano restare amici, lui e lei s’erano slinguacciati come due matricole mentre Stefano cercava di comprare del fumo decente.
Stefano aveva spaccato il naso a Gianluca, Gianluca per poco non gli strappava gli occhi e quella puttana rideva, era contenta che due amici si stavano sfidando per lei. Stefano superava Gianluca di dieci chili e aveva le spalle più larghe. Il piccoletto però era veloce e aveva le braccia robuste a forza di spararsi seghe tra una lezione e l’altra. Finirono entrambi all’ospedale e Valentina se la scopò un altro. 

Il citofono era ancora scassato. Provò a suonarlo ma sentì soltanto gracchiare qualcosa d’incomprensibile. Finalmente qualcuno s’affacciò alla finestra.
Doveva essere la colf.
Se Gianluca era diventato cibo per vermi gli aveva fatto solo un favore. Ma c’era qualcosa che non quadrava, a Villabate periodicamente qualcuno uccideva o era ucciso, così, per ristabilire uno sterile equilibrio di forze. Funzionava così da sempre, sembrava sempre la stessa commedia, solo che di tanto in tanto cambiavano i protagonisti e le comparse si meritavano ruoli alternativi. Era una notizia da taglio basso, tre o quattro righe a corpo sei e nemmeno la firma del giornalista. Non era andata così, gli anni di piombo continuavano e la pioggia non poteva cancellare il sangue. Valentina se l’erano scopata tutti, era come una canna, non si chiedeva ma alla fine t’arrivava. Stefano aveva collezionato una bella serie di ramificazioni caprine e le sopportava stoicamente, a denti stretti. Se stai con una troppo bella non puoi crederti unico e insostituibile, c’è sempre qualcuno con il suo numerino strappato all’elimina-code.
Una figa è sempre una figa, puoi addomesticare anche un condor ma non potrai domare mai la libertà che gli ha dato quelle ali maestose e fiere. Il condor e la passera torneranno a volare.

Gli avevano dedicato un editoriale, la prima pagina per un solo dragone. La storia sarebbe riaffiorata e qualcuno avrebbe pisciato sullo scandalo una bella spruzzata di combustibile e sarebbe scattato il boomerang.
Avevano fatto una cazzata e ora dovevano pagare, niente eroismi, a capo chino con la faccia tra le mani per non essere immortalato come un branzino.
I tempi d’arancia meccanica erano tornati e Ludovico Van riprese a suonare.
Potevano risarcire i danni, indirizzare quelle sagome da fumetto noir su una pista decente o vederli centrifugare in pasto ai giornalisti. Il tempo passava veloce sullo scoglio, lì i pensieri volavano alti e quelli più strani li bucavano le stelle appuntite della sera.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...