Nuovo Buco


, una strana novella di Tonino Pintacuda (se avete lo stomaco delicato


non leggetela)


, sono previste tredici puntate. Beccatevi la prima, le altre le snocciolo una al giorno. Buona Lettura.


(1)

Stava seduto lì a pensare a E.R., in quel pronto soccorso le avventure ti prendevano alla sprovvista, senza nemmeno darti il tempo di pisciare. Bella robaccia americana! Il suo noiosissimo lavoro non era un telefilm.
Quell’ospedale era morto dentro, come era morto tanto tempo fa lui. Le lampadine s’erano fulminate e non aveva niente da fare. Solo questo mentre riempiva a caso vuote caselle di vecchie settimane enigmistiche. Della sera prima non ricordava quasi niente, s’era visto quella palla di Scream senza capirci niente e era andato a letto con un mal di testa da competizione. Il videoregistratore aveva inghiottito la videocassetta e non aveva nessun’intenzione di sputarla. E poi buio totale e s’era ritrovato Laura nel letto che gli carezzava i capelli. Solo un caffè poteva ancorarlo a quella giornata, pensava che fosse facile uccidere giorni troppo uguali, pensava bastasse una bella canzone dei Beatles, qualche ora di palestra e tanta nutella.
E fischiettava mentre aspettava di iniziare il suo turno di lavoro in attesa di nuovi Dottor Ross e dottor Green.
C’era il giornale sopra la macchinetta del caffè, lo acchiappò al volo e scartò le pagine della politica, quella roba la lasciava a Berlusconi e alla sua risata agghiacciante. Non è possibile, lo pensò e forse lo esclamò nelle orecchie del suo tirocinante. Il passato non poteva cambiarlo.
Un dubbio gli salì subito dentro la testa e si ritrovò un’altra marlboro in bocca senza riuscire ad accenderla, voleva urlare come quel quadro di Munch, cacciare fuori uno di quegli urlacci che ti levano di dosso tutta l’angoscia ma non lo fece.
Doveva tornare lì, troppe cose in sospeso, troppi scheletri in armadi che s’erano stancati di quel nascondiglio.
Quella notte non riuscì a dormire, si svegliava di continuo, sudato, angustiato e cercò di rifugiarsi dentro Laura. Voleva amarla con amore, con rabbia, con rancore ma non riuscì nemmeno a indossare uno stupido preservativo. Guardò il monitor del suo portatile, guardò il modem e cercò quella cazzo d’agendina. L’aveva messa proprio lì. Laura dormiva e lui era in preda a sogni agitati e tormentati, lampi di passato gli stavano mandando in corto quella poca autostima che aveva preso in prestito da tutti quei manuali di medicina.
Non sapeva destreggiarsi in quel labirinto e si ritrovò in attesa, sapeva che tra qualche ora la radiosveglia avrebbe portato a termine il suo lavoro, avrebbe ucciso quella notte e un altro sole gli avrebbe colorato gli occhi e asciugato le lacrime che ora ricacciava a fatica.

La radiosveglia suonò e i Beatles cantarono un’altra volta Help!, un giorno di pioggia si preparava ad accoglierlo, quell’articolo l’aveva chiuso dentro Siddharta, tra le pagine che ancora dovevano essere lette e lì aspettava.
Voleva dire qualcosa a Laura, darle qualche recapito, una minima spiegazione ma poi pensò che nemmeno lui sapeva quello che aveva tra i capelli e il cuore e lasciò morire tutte le paranoie affogandole in una tazza di caffè nero bollente. Mise su qualche cd e lasciò cantare John e Paul. Voleva capire come quel tatuaggio aveva scelto proprio quel momento per riapparire e senza convinzione mandò la prima e-mail, cerco di connettersi ma Clubnet, Libero, wind erano fuori uso e gli altri provider non li aveva nemmeno istallati. Risparmierò tempo, sorrise e prese qualche banconota, se le infilò in tasca e uscì nel vento del mattino mentre gli ultimi ricordi riaffioravano dall’oblio in cui li aveva stipati per una ventina d’anni.

– Mancherò per qualche settimana, mia madre mi ha telefonato proprio ieri e vuole parlarmi…- vomitò quella specie di scusa senza troppi problemi, all’ospedale tutti sapevano che qualcosa era successo davvero. Ottenne il permesso e guidò sparato sino all’aereoporto. Ogni volta che entrava lì ripensava alla gita in Tunisia, quell’aereo che non aveva raggiunto in tempo. Lei era partita, lasciandolo lì come un merluzzo con quel cappottone di pelle grigia e il cappello giamaicano che puzzava di sogni e sambuca. Vide l’aereo partire e non riuscì a fermarlo, almeno lo Spaventapasseri e l’uomo di latta avevano seguito il sentiero dorato e sapevano scegliere tra cervello e cuore, lui non c’era mai riuscito. Voleva parlarle ma le parole gli morivano insieme a mozziconi insalivati di marlboro light.
Lascia stare i deja-vù si disse nostalgico e pagò un biglietto di sola andata per Palermo.
Il drago era tornato.

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