Continuo con Vittorini, ecco la conclusione di UOMINI E NO


CXXXV.[…]  “Vado” disse l’operaio.
“Vai?”
“Voglio imparare fino in fondo.”
“Vuoi imparare forse un po’ troppo.”
“E’ che mi piace.”
 “Vai allora.”
L’operaio prese, di sotto il sedile, una pistola.
“Attento che stavolta è faccia a faccia.”
 “E’ questo che voglio imparare.”
L’operaio scese.[…]
 “Un grappino?”
“Niente grappino.”
Era una vecchia dietro il banco.
“Che cosa di caldo?”
 “Niente di caldo.”
“Neanche se aspetto?”
“Se aspettate sì.  Caffè di cicoria.”
 “Aspetterò.  Ci vuole molto?”
“La macchina deve scaldarsi.  L’ho accesa ora.”
     Egli sedette a un tavolino di ferro, guardò e vide il tedesco, nell’angolo presso la porta, seduto anche lui che aspettava.
Gli strizzò l’occhio.
“Eh?” il tedesco chiese.
Era non più un ragazzo, col nastrino, al petto, di una campagna, non di una decorazione.  E la sua voce fu molto timida. “Eh?” chiese.
L’operaio voltò via il suo muso piccolo da lui.
Dio di Dio! pensò.  Che aveva un tedesco da essere triste in quel modo?



CXXXVI.  Sedeva, le gambe larghe, la schiena appoggiata alla spalliera della sedia, la testa un po’ indietro, e la faccia triste, persa, una stanca faccia di operaio.
Dio di Dio! O non aveva conquistato?  Non era in terra conquistata?  Che cosa aveva da essere così triste, un tedesco che aveva conquistato?
Tornò a guardarlo, e vide che quello non lo guardava.  Aveva gli occhi più in basso, come umiliato.  Un momento si osservò le mani; da una parte, dall’altra, entrambe insieme, e fu un gesto lungo come ne fanno solo gli operai.
Dio di Dio! egli pensò di nuovo.
Lo vide non nell’uniforme, ma come poteva essere stato: indosso panni di lavoro umano, sul capo un berretto da miniera.
“Sarà zuccherato o no?” chiese alla vecchia.
 “Zuccherato?  Che zuccherato?”
“Allora non lo voglio.”
Si rialzò, una mano in tasca, e si avvicinò alla porta. 
L’aprì.
Il tedesco sollevò il capo e, mestamente, gli sorrise; anche dolcemente.  Pareva di vedere sulla sua faccia che cosa fosse lo sporco di carbone.
Egli uscì.
Dio di Dio!  Pensava.  Prese la moto e ne spinse a fondo la pressione.  Nessuno accorse dalla casa, e fuggì sulla moto. Nessuno sparò dietro a lui.
“Sei pallidino” gli disse Orazio.
“E’ stata la corsa.”
 “La corsa?”
Scaraventarono la moto nel fosso, ne aprirono il serbatoio e diedero fuoco alla benzina.
“Questo è tutto” disse l’operaio. “Una moto di meno.”
“Non l’hai fatto fuori?”
 “Era troppo triste.”
Orazio gridò a Metastasio.
“Non l’ha fatto fuori” gli gridò. “Dice che era un tipo troppo triste.”
Metastasio si strinse nelle spalle.
“Sembrava un operaio” disse l’operaio.
 “E chi ti dice niente?” Orazio disse.
Risalirono e ripartirono.
“Sono stato soldato anch’io” disse l’operaio.
“Nessuno ti dice niente.”
 “Mi hanno mandato in Russia.”
 “Ma chi ti dice niente?”
Si avvicinavano a Milano.  C’erano terrapieni di ferrovia, cartelli pubblicitari d’altri tempi, sotto-passaggi, incroci di strade, e sempre il freddo sulla pianura, la nebbia lieve.
    “Imparerò meglio” disse l’operaio.

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