richard matheson. Regola per sopravvivere

Questo è uno dei miei racconti preferiti. E c’è dentro tutta la magia della scrittura. In un certo senso completa idealmente le mie TRE PAROLE MAGICHE, lì era la lettura che faceva sopravvivere il protagonista, qui la scrittura dà la forza all’ultimo sopravvissuto della Terra di andare avanti in un teatro dell’assurdo. I particolari si sommano pian piano. I fili ancora non sotterrati, la polvere e quel vento misterioso… sino all’epifania finale. Molti mi chiedono perché passo tanto tempo su un alfabeto di plastica: mi serve a sopravvivere. Tutto qui.


E si fermarono sotto le torri di cristallo, sotto le eccelse e levigate strutture, che come specchi lucenti riflettevano la gloria dell’acceso tramonto, finché tutta la città fu un vivido, corrusco bagliore. Ras circondò con un braccio la vita dell’amata. «Felice?» chiese con voce carezzevole. «Oh, sì» ella rispose in un soffio. «Qui nella nostra bella città, dove c’è pace e gioia per tutti, come potrei non essere felice?» Dal cielo d’un azzurro inviolato, gli ultimi raggi impartirono una rosea benedizione al loro tenerissimo abbraccio.

FINE

Il ticchettio cessò. L’uomo poggiò le mani sul tavolo e chiuse gli occhi. Quella prosa era un vino, un liquore finissimo che inebriava la mente. Ce l’ho fatta di nuovo, pensò. Per Giove, ce l’ho fatta di nuovo.
Questo senso di umana fierezza lo trasse dal suo rapimento. Numerò le pagine, scrisse l’indirizzo sulla busta e vi infilò il dattiloscritto, pesò il tutto, affrancò, richiuse la busta.
Poi, dopo un’altra pausa di rapita immobilità, s’alzò e si vestì in fretta.
Era quasi mezzogiorno quando, nel suo spelacchiato cappotto di loden, Richard Allen Shaggley s’avviò per la strada tranquilla, verso la più vicina buca delle lettere. Doveva far resto, o avrebbe mancato la levata. E non doveva mancarla: Ras e la Città di Cristallo era un racconto troppo straordinario per poter aspettare fino alla levata del pomeriggio.
L’editore doveva riceverlo immediatamente. Un racconto di vendita sicura.
Fece il giro della grande fossa solcata da un groviglio di cavi (ma quando avrebbero terminato, una buona volta, di riparare queste fogne?), e arrancò avanti in fretta, con la busta stretta tra le dita rigide e il cuore in un tumulto d’esultanza.
Mezzogiorno. Raggiunse la cassetta delle lettere e guardò ansiosamente in giro, per il caso che il postino fosse arrivato qualche secondo prima di lui. Nessuno in vista. Un respiro di sollievo gli sfuggì dalle labbra screpolate. Con espressione radiosa, Richard Allen Shaggley ascoltò il rumore della b- usta che cadeva in fondo alla cassetta.
Poi l’autore felice sgattaiolò via tossendo.
Al aveva di nuovo dolori alle gambe. Avanzava titubando per la strada tranquilla, facendo scricchiolare leggermente i denti, col sacco di cuoio pendente dalla spalla stanca. Divento vecchio, pensò, non sono più in gamba per niente. Reumatismi alle gambe. Brutta cosa, per un postino; difficile fare il mio giro, in queste condizioni.
Alle dodici e un quarto raggiunse la rossa cassetta all’angolo della strada, e tirò fuori di tasca le chiavi. Chinandosi con un gemito, aprì la cassetta e ne trasse il contenuto.
Un sorriso gli schiarì la faccia dolorante. Fece un gesto d’approvazione col capo. Un’altra storia di Shaggley! E da pubblicare di-corsa, naturalmente. Già. È uno che sa scrivere, quello.
Rialzatosi con un nuovo gemito-, Al fece scivolare la busta nel sacco, richiuse a chiave la cassetta, e se ne andò traballante, sorridendo a se stesso. E un piacere, pensò, recapitare scritti simili: anche se mi fanno male le gambe.
Al era un grande ammiratore di Shaggley.

 

Quando Rick arrivò in ufficio dopo colazione, verso le tre di quel pomeriggio, trovò sulla scrivania un appunto del segretario:Nuovo manoscritto di Shaggley arrivato proprio ora.Bel lavoro. Ricordatevi che R.A. vuol vederlo, appena l’avrete finito voi. S.
Un’espressione di giubilo illuminò il volto tormentato dei redattore. Per Giove, questa era una vera manna, in un pomeriggio che minacciava di restare vuoto e inutile. Con le labbra tirate da quello che, per lui, era un sorriso, si lasciò cadere nella poltrona di cuoio, impedì alle dita nervose di correre alla matita rossa e blu (nessun bisogno di correzioni, in un manoscritto di Shaggley!), e prese la busta dallo echeggiato piano di vetro della scrivania. Per Giove, una nuova storia di Shaggley! Che fortuna! R.A. sarebbe impazzito di gioia.
S’accomodò meglio nella poltrona, immediatamente assorbito dalle fini sfumature dell’inizio del racconto. In un tremito di trasporto dimenticò ogni altra cosa e s’addentrò coi fiato sospeso nella lettura.
Che maestria! Che stile! Che scrittore!
Automaticamente, scosse via frammenti di calcinaccio dalle mezze maniche nere.
Il vento, mentre leggeva, s’era levato di nuovo e gli scompigliava i pochi capelli color paglia, carezzandogli la fronte con un’ala di frescura.
Alzò la mano, e si passò un dito lungo la cicatrice che gli traversava il volto dalla guancia alla tempia, come un livido filo.
Il vento si fece più forte, frusciando tra i casellari e facendo volare qua e là, sul tappeto bruciacchiato, fogli scuriti agli angoli. Rick si riscosse e gettò uno sguardo impaziente alla larga crepa apertasi nel muro (ma quando le avrebbero finite, in nome del cielo, queste riparazioni?).
Poi tornò a immergersi, con gioia rinnovata, nel manoscritto di Shaggley.
Arrivato alla fine, si terse dalla guancia una lacrima commossa, dolce-amara, e abbassò una chiavetta del telefono interno.
«Preparate un altro assegno per Shaggley» ordinò, gettando via la chiavetta che s’era staccata. Alle tre e mezzo portò il manoscritto nell’ufficio di R.A. e lo lasciò sul suo tavolo.
Alle quattro, l’editore ne terminava a sua volta la lettura e quasi gridava d’entusiasmo, passandosi una mano soddisfatta sul cocuzzolo scabro.

 

Il vecchio e curvo Dick Allen preparò quello stesso pomeriggio le colonne di piombo per la storia di Shaggley, e gli occhi gli si velavano di lacrime felici sotto la verde visiera di celluloide, mentre componeva con rapidità e accuratezza, tra commossi colpi di tosse che si confondevano col ticchettio della linotype.
La pubblicazione arrivò in edicola alle sei; e prima di metterla – a malincuore – in vendita, lo sfregiato giornalaio la rilesse forse tre volte, agitandosi e dondolandosi sulle gambe intorpidite.
Alle sei e mezzo, l’ometto mezzo calvo spuntò dal fondo della strada e s’avvicinò coi suo passo strascicato. Una dura giornata di lavoro, e un ben meritato riposo! pensò, avvicinandosi all’edicola in cerca di qualcosa da leggere.
Trattenne il fiato. Per Giove, una nuova storia di Shaggley! Che fortuna!

 

E la sola copia rimasta, anche! Lasciò nella cassetta un nichelino per il giornalaio, che in quel momento non c’era, e s’avviò verso casa coi racconto ancora odoroso di stampa, arrancando tra scheletriche rovine (strano che ancora non li ricostruissero, questi edifici bruciati), e leggendo avidamente durante il tragitto.
Prima di arrivare, l’aveva già finito. Dopo cena rilesse ancora una volta, con grandi cenni d’approvazione del capo macerato, pieno d’un reverente stupore per tanta forza d’espressione, per una simile magia e autorità di scrittura.
Sono pagine che ispirano, pensò. Una lettura che mette voglia di scrivere.

 

Ma non adesso. Non stasera. Adesso era tempo di andarsene a letto, dopo aver rimesso tutto in ordine: il coperchio sulla macchina per scrivere, il cappotto spelacchiato, le mezze maniche nere, la visiera di celluloide, il berretto e il sacco da postino; ogni cosa al suo posto.

Alle dieci dormiva, sognando di funghi. E chiedendosi ancora, al risveglio, perché i primi che avevano osservato la nube non l’avessero descritta subito come un agarico di quelli chiamati cimitero, piuttosto che come un fungo in generale
Alle 6 del mattino, dopo una leggera colazione, Shaggley era alla sua macchina per scrivere.

Questa – scrisse – è la storia di come Ras incontrò la bella sacerdotessa di Shahglee, e di come ella s’innamorò di lui.

 

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